HOT-NEWS | Recensioni libri - Mille splendidi soli
Non sei registrato? Registrati subito cliccando QUI! E utilizza tutte le funzionalita' del sito!

Vai in Basso alla Pagina

Passa al contenuto


Bakeca.it Google
  • Ultime dal forum
Per visualizzare le 'Ultime dal forum' devi essere iscritto al forum..

Mille splendidi soli

Recensioni libri

Mille splendidi soli

Messaggiodi GiusiInLove » 06/10/2008, 11:20

Titolo : Mille splendidi soli

Autore : Khaled Hosseini



A quindici anni, Mariam non è mai stata a Herat. Dalla sua kolba di legno in cima alla collina, osserva i minareti in lontananza e attende con ansia l’arrivo del giovedì, il giorno in cui il padre le fa visita e le parla di poeti e giardini meravigliosi, di razzi che atterrano sulla luna e dei film che proietta nel suo cinema. Mariam vorrebbe avere le ali per raggiungere la casa del padre, dove lui non la porterà mai perché Mariam è una harami, una bastarda, e sarebbe un’umiliazione per le sue tre mogli e i dieci figli legittimi ospitarla sotto lo stesso tetto. Vorrebbe anche andare a scuola, ma sarebbe inutile, le dice sua madre, come lucidare una sputacchiera. L’unica cosa che deve imparare è la sopportazione.
Laila è nata a Kabul la notte della rivoluzione, nell’aprile del 1978. Aveva solo due anni quando i suoi fratelli si sono arruolati nella jihad. Per questo, il giorno del loro funerale, le è difficile piangere. Per Laila, il vero fratello è Tariq, il bambino dei vicini, che ha perso una gamba su una mina antiuomo ma sa difenderla dai dispetti dei coetanei; il compagno di giochi che le insegna le parolacce in pashtu e ogni sera le dà la buonanotte con segnali luminosi dalla finestra.
Mariam e Laila non potrebbero essere più diverse, ma la guerra le farà incontrare in modo imprevedibile. Dall’intreccio di due destini, una storia indimenticabile che ripercorre la Storia di un paese in cerca di pace, dove l’amicizia e l’amore sembrano ancora l’unica salvezza.


Estratto dal romanzo :
Dal capitolo 5
C’era un punto panoramico, al limite della radura, che Mariam amava in modo particolare. Si
sedette sull’erba asciutta e tiepida. Da lì poteva ammirare Herat, che si stendeva ai suoi piedi come il
plastico di un gioco infantile: il Giardino delle Donne a nord della città, il bazar Char-suq e le rovine
dell’antica fortezza di Alessandro Magno a sud. Riusciva a distinguere in lontananza i minareti, come
dita polverose di giganti, e le strade che immaginava pullulanti di persone, di carri, di muli. Osservava
le rondini scendere in picchiata o volare in tondo sopra la sua testa. Invidiava quegli uccelli. Loro
erano stati a Herat. Avevano volato sopra le moschee e i bazar. Forse si erano posati sui muri della
casa di Jalil, sui gradini davanti al suo cinema.
Raccolse dieci ciottoli e li dispose uno sopra l’altro, in tre colonne. Era il suo gioco segreto, cui
talvolta si dedicava quando Nana era lontana. Mise quattro ciottoli nella prima colonna, per i figli di
Khadija, tre per quelli di Afsun, e tre nella terza colonna per i figli di Nargis. Poi aggiunse una quarta
colonna. Con un solo ciottolo, l’undicesimo.
Il mattino seguente, Mariam indossò una veste color crema che le scendeva sino alle
ginocchia, pantaloni di cotone, e coprì i capelli con un hijab verde. Si tormentò sul colore dell’hijab,
che non si accordava con quello dell’abito, ma avrebbe dovuto farselo andar bene, perché quello
bianco era bucherellato dalle tarme.
Controllò l’orologio. Era un vecchio orologio a carica manuale, con numeri neri su un
quadrante verde menta, un dono del Mullah Faizullah. Erano le nove. Si chiese dove fosse finita
Nana. Per un attimo pensò di uscire a cercarla, ma temeva il confronto, i suoi sguardi rabbiosi. Nana
l’avrebbe accusata di tradimento. L’avrebbe derisa per le sue ambizioni mal riposte.
Si sedette. Cercò di far passare il tempo disegnando e ridisegnando con un solo tratto l’elefante, come
le aveva insegnato Jalil. Rimase seduta così a lungo da sentirsi intorpidita, ma non voleva sdraiarsi,
per paura di stropicciare l’abito.
Quando finalmente le lancette dell’orologio segnarono le undici e mezzo, mise in tasca gli
undici ciottoli e uscì. Vide Nana seduta su una sedia all’ombra, sotto la cupola frondosa di un salice
piangente. Non avrebbe saputo dire se anche lei l’avesse vista.
Al torrente, Mariam si mise in attesa nel posto che avevano concordato il giorno precedente.
Nel cielo navigavano nubi grigie a forma di cavolfiore. Jalil le aveva spiegato che quando le nubi erano
di quel colore, erano così cariche d’umidità che la parte superiore assorbiva la luce del sole,
proiettando la propria ombra sulla base. “È questo che vedi, Mariam jo,” le aveva detto “il ventre scuro
delle nubi.”
Dopo qualche tempo, Mariam ritornò alla kolba. Questa volta percorse il limite occidentale
della radura, in modo da non dover passare accanto a Nana. Verificò l’ora. Era quasi l’una.
“È un uomo d’affari” pensò Mariam. “Ha avuto qualche contrattempo.”
Fece ritorno al torrente e rimase in attesa. In cielo i merli disegnavano grandi cerchi, poi si
tuffavano nell’erba. Osservò un bruco che risaliva lentamente lo stelo di un cardo non ancora
sbocciato.
Aspettò finché sentì formicolare le gambe. Questa volta non ritornò alla kolba. Arrotolò i
pantaloni alle ginocchia, guadò il torrente e, per la prima volta in vita sua, scese dalla collina
dirigendosi verso Herat.
Anche su Herat Nana si era sbagliata. Nessuno la segnava a dito. Nessuno rideva di lei.
Mariam percorse i viali chiassosi, affollati, fiancheggiati da cipressi, in mezzo a un continuo flusso di
pedoni, di ciclisti e di gari trainati da muli, e nessuno la prese a sassate. Nessuno la insultò
chiamandola harami. Nessuno badava a lei. Qui, in modo meravigliosamente inaspettato, era una
persona qualunque.
Per un attimo si fermò accanto a una fontana ovale, al centro di un grande parco dove si
incrociavano sentieri coperti di ghiaia. Piena di stupore, fece scorrere le dita sugli stupendi cavalli di
marmo che emergevano lungo il bordo della vasca e fissò l’acqua con sguardo perso. Osservò di
sottecchi un capannello di ragazzi intenti a lanciare le loro barche di carta. Vedeva fiori dovunque,
tulipani, gigli, petunie, i petali inondati di sole. La gente passeggiava lungo i sentieri, sedeva sulle
panchine e sorseggiava tè.
Mariam non poteva credere di trovarsi a Herat. Il cuore le batteva in gola. Avrebbe voluto che il
Mullah Faizullah la vedesse in quel momento. Avrebbe ammirato il suo coraggio, la sua audacia. Si
era consegnata alla nuova vita che l’attendeva in città, una vita con suo padre, con le sorelle e i
fratelli, una vita in cui avrebbe amato gli altri e sarebbe stata a sua volta amata, senza riserve, senza
visite programmate, senza vergogna.
Ritornò tutta allegra verso la grande arteria che fiancheggiava il parco. Passò accanto a vecchi
venditori ambulanti con il viso incartapecorito, seduti all’ombra dei platani, che la fissavano indifferenti
da dietro piramidi di ciliegie e montagnole di uva. Ragazzi a piedi nudi rincorrevano le automobili e gli
autobus, agitando sacchetti di mele cotogne. Mariam si fermò a un angolo della strada per osservare i
passanti, stupefatta nel vederli così indifferenti alle meraviglie da cui erano circondati.
Poi si fece coraggio e chiese a un anziano conducente di un gari trainato da un cavallo se
sapesse dove abitava Jalil, il padrone del cinema. Il vecchio aveva gote piene e indossava un chapan
a righe multicolori. «Non sei di Herat tu, vero?» chiese cordiale. «Tutti sanno dove abita Jalil Khan.»
«Me lo può indicare?»
Il vecchio scartò una caramella avvolta nella stagnola e le chiese: «Sei sola?».
«Sì.»
«Salta su. Ti ci porto io.»
«Non posso pagare. Non ho soldi.»
Le offrì la caramella. Le disse che nelle ultime due ore non aveva fatto nessuna corsa e che
perciò aveva deciso di rientrare. La casa di Jalil era sulla strada.
Mariam montò sul gari. Viaggiarono fianco a fianco, in silenzio. Durante la corsa vide botteghe
di erbe, negozietti aperti sulla strada dove gli avventori compravano arance e pere, libri, scialli, persino
falchi. I bambini giocavano a biglie dentro cerchi tracciati nella terra. Fuori dalle botteghe del chai, su
pedane di legno coperte di tappeti, gli uomini sorseggiavano tè, fumando tabacco dalle hukah.
Il vecchio svoltò in un’ampia strada bordata di conifere. Fermò il cavallo a metà della via.
«Ci siamo. Sei proprio fortunata, dokhtar jo. Ecco la sua macchina.»
Mariam saltò giù. Il vecchio le sorrise e continuò per la sua strada.
Mariam non aveva mai toccato un’automobile. Fece scorrere le dita sul cofano della macchina
di Jalil, che era nera, lucida, con ruote scintillanti in cui vedeva riflessa la propria immagine appiattita. I
sedili erano di pelle bianca. Dietro il volante vide sul cruscotto dei tondi con delle lancette.
Per un attimo sentì la voce di Nana che la prendeva in giro, spegnendo il fuoco delle speranze
che alimentava nel suo cuore. Si sentì attraversare da ondate di angoscia. Con gambe tremanti, si
avvicinò al portone della casa. Posò le mani sul muro. Erano così alti, così minacciosi, i muri della
casa di Jalil. Dovette allungare il collo per vedere i cipressi che spuntavano dall’altra parte del
giardino. La sommità degli alberi ondeggiava alla brezza e a Mariam piacque pensare che piegassero
le cime per darle il benvenuto. Si fece coraggio.
Una giovane a piedi nudi aprì il portone. Aveva un tatuaggio sotto il labbro inferiore.
«Sono venuta a trovare Jalil Khan. Sono Mariam. Sua figlia.»
(…)


Avatar utente
GiusiInLove
 
Messaggi: 114
Iscritto il: 27/07/2008, 18:45
Località: Napoli


Torna a Indice

Torna a Recensioni libri

Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 0 ospiti


forum, portale, soundtrack, hotnews, hot news, notizie, videogiochi, ps3, xbox, shop, compra, prezzi, gossip, rss, calcio, mondo, lavoro, musica, calciomercato, voti fantacalcio, probabili formazioni
Top