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Venerdi
Nov 15
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07
Set
2014

Ruggiti e Leoni




Non avrà vinto il migliore, ma i migliori hanno vinto.

La Hot News

Lo si può leggere così il verdetto di Venezia 71, in cui la prima giuria capitanata da un compositore (Alexandre Desplat) ha assegnato per la prima volta il Leone d’Oro a un film svedese. Questo passerà alla storia. Quanti invece dei film premiati resteranno? Qui veniamo al redde rationem di ogni festival. Certo, nessuno scenderà in piazza per la vittoria di A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence, ma il lavoro del maestro svedese era tra i candidati legittimi a un riconoscimento della Mostra, sin dalla prima ora. Lo abbiamo scritto. Si può discutere semmai sulla preferenza accordatagli rispetto a due capolavori in gara come The Postman’s White Nights di Andrei Konchalovski e The Look of Silence di Joshua Oppenheimer, che hanno vinto comunque il secondo (Leone d’argento) e il terzo premio della Mostra (Gran Premio della Giuria). Questioni di gusto, differenze minime, segreti di giuria. Indicativo lo strappo di Tim Roth, che a differenza degli altri giurati, ha voluto pubblicamente dichiarare la sua gratitudine a Oppenheimer, segno che aldilà dei premi ci sono film che prima di bucare lo schermo bucano i cuori. Ecco, se c’è una vera distinzione di merito da fare tra Andersson da una parte e Oppenheimer e Konchalovski dall’altra, è questa: c’è un cinema che vince, che costruisce con stile e intelligenza mondi-acquario, personali, che chiedono di essere compresi, ammirati ma che difficilmente possono essere abitati (lo spazio di A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence non esiste là fuori, è pura messa in quadro e purissima messa in scena: è creazione artistica e, in seconda battuta, allegoria); e c’è un cinema che ti trascina dentro un mondo altro, che esiste là fuori pure se lontano, che è reale al di là di ogni realismo, un mondo che diventa il tuo nello spazio (e anche oltre) di una visione. Il primo si lascia guardare, il secondo vivere. Quale dei due sia migliore è problema soggettivo. La giuria ha stabilito un ordine di preferenze, ma a noi piace pensare che il podio stavolta abbia un unico grande gradino: c’è posto per tutti e tre, se ancora oggi – soprattutto oggi – sembra tanto necessario arricchire lo sguardo (Andersson) quanto depurarlo (Konchalovski) e costringerlo a vedere di nuovo, vedere meglio (Oppenheimer). Al di là delle storie che raccontano e di come le raccontano, questi tre film vogliono aprirci gli occhi sulla stessa catastrofe in atto, il rischio di scoprirci ciechi in una realtà che è tutto un vedere e in cui vedere è tutto. Dispiace per Il giovane favoloso di Martone, opera monumentale, colta, modernissima nel riavviare un discorso ideologico, artistico e politico su Leopardi, strappando il poeta dal mausoleo scolastico. I critici stranieri lo avevano capito poco, così come avevano preso un abbaglio sullo straordinarioAnime nere di Francesco Munzi definendolo “Un altro Gomorra. Non sappiamo se i giurati siano caduti vittime dello stesso equivoco, fatto sta che l’unico italiano ad entrare nel palmares è Hungry Hearts di Saverio Costanzo, forse il titolo tricolore con il maggior appeal internazionale, non fosse altro perché ambientato a New York. In realtà Costanzo non porta a casa nulla, perché gioiscono i suoi due protagonisti, premiati entrambi con la Coppa Volpi: Alba Rohrwacher e Adam Driver sono in effetti il cuore (affamato) del film. La selezione italiana – una delle migliori da un decennio a questa parte – resta comunque la vera nota lieta di venezia 71. Lo stesso non può dirsi di americani e francesi: i due paesi più rappresentati in concorso – quattro film a testa – sono rimasti a bocca asciutta o quasi (il Premio Marcello Mastroianni al giovanissimo Romain Paul di Le dernier coup de marteau copre solo in parte la disfatta), indicando che, a dispetto della loro qualità complessiva, le due più grandi cinematografie al mondo faticano a tirare fuori nuovi autori e capolavori.Il premio alla sceneggiatura e quello speciale della giuria, attribuiti rispettivamente all’iraniano Ghessea e al turco Sivas, allargano ulteriormente la geografia dei premiati e confermano la natura composita e globale di questa settantunesima edizione. Indubbiamente una delle migliori degli ultimi anni.

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