Riuscitissimi i “provini” delle Bronse Querte e Lele Fanti recentemente rappresentati in prima a Padova, provini anticipatori de “I guasti de Padova”, che saranno la rievocazione storica dell’assedio del 1509.
I due hanno felicemente sconvolto il loro pubblico, ormai più che abituato alle loro gag dialettali e a copioni ispirati al cabaret veneto, proponendogli nientemeno che i brani più significativi de La moscheta del Ruzante.
Gli ingredienti per una serata all’insegna della morte per noia c’erano tutti: un testo antico di cinque secoli, una lingua per lo più ormai incomprensibile, una serie di vicende e situazioni che ben poco hanno ormai a spartire con la nostra quotidianità.
Ma ecco aprirsi il sipario e comparire non le Bronse ma un Lele Fanti che, con poche battute rivestite della sua calda voce baritonale, riporta al presente, per confronto e per paradosso, tutti gli elementi della nota commedia del Ruzzante.
Il culmine giunge con la descrizione fisica della Betìa: dai piedi larghi perché ben piantata, dalle gambe robuste e ben resistenti alla pizzicata, e dai seni tanto grandi da perdercisi dentro con la testa. Insomma, l’esatto contrario delle moderne bellezze anoressiche, ma la fedele riproduzione delle gagliarde contadine pavane.
Ed ecco entrare in campo le Bronse e scattare la comicità: “Ghe ze qualcheduna che se riconosse?” E come se non bastasse eccoli scendere dal palco per… cercare (e trovare) una tale Betìa fra le spettatrici.
Beninteso, non c’è nulla di originale nel coinvolgere il pubblico se si tratta di burattinizzare l’ignaro spettatore, ma non era questo l’obiettivo dei due attori. La spettatrice (e con essa un’altra decina di spettatori) è divenuta attrice a tutti gli effetti, con tanto di copione prima da leggere, poi da recitare, poi da riascoltare recitato da Fanti con sapiente lentezza e maestria.
Entusiasmante l’esito: l’incespicare degli attori è divenuto pretesto per tradurre quelle battute dal significato ormai troppo oscuro; la comicità delle Bronse è divenuta il mezzo per illustrarne i contesti e i significati. E l’ostica lingua pavana è diventata famigliare e attuale come il dialetto che parliamo e che sentiamo da Remigio e Roberto.
Una rappresentazione in progress dunque, mai eguale alla precedente e alla successiva. Ma soprattutto un punto di partenza.
Definire “improvvisati” gli spettatori coinvolti nello spettacolo sarebbe riduttivo. Si può dire che si trattasse veramente di provini. Lele Fanti ha infatti un progetto molto ambizioso: mettere in scena, per una rievocazione storica dell’assedio di Padova avvenuto nel 1509, La moschèta di Ruzante, ambientata appunto nella zona dei “guasti”, tra il bastione della Gatta e viale Codalunga. Quella cui abbiamo assistito non è quindi soltanto l’ennesima trovata comica delle Bronse, ma il primo passo per un grande “casting” alla ricerca di attori non professionisti che dovranno recitare in “pavan”.
Ciò cui abbiamo assistito non è quindi una rappresentazione teatrale ma una grande operazione culturale. Tale è non tanto perché restituisce alla nostra memoria collettiva una delle più importanti date della nostra storia padovana, ma perché riesce ad imprimere nuovamente nel nostro pensiero tale data e a restituirla al nostro quotidiano.
Il dramma, la comicità, la lingua (anzi, le lingue) e lo spirito del Ruzante, altrimenti incomprensibili per noi, le Bronse Querte e Lele Fanti ce le hanno riconsegnate. Grazie Bronse! Grazie Lele!
I due hanno felicemente sconvolto il loro pubblico, ormai più che abituato alle loro gag dialettali e a copioni ispirati al cabaret veneto, proponendogli nientemeno che i brani più significativi de La moscheta del Ruzante.
Gli ingredienti per una serata all’insegna della morte per noia c’erano tutti: un testo antico di cinque secoli, una lingua per lo più ormai incomprensibile, una serie di vicende e situazioni che ben poco hanno ormai a spartire con la nostra quotidianità.
Ma ecco aprirsi il sipario e comparire non le Bronse ma un Lele Fanti che, con poche battute rivestite della sua calda voce baritonale, riporta al presente, per confronto e per paradosso, tutti gli elementi della nota commedia del Ruzzante.
Il culmine giunge con la descrizione fisica della Betìa: dai piedi larghi perché ben piantata, dalle gambe robuste e ben resistenti alla pizzicata, e dai seni tanto grandi da perdercisi dentro con la testa. Insomma, l’esatto contrario delle moderne bellezze anoressiche, ma la fedele riproduzione delle gagliarde contadine pavane.
Ed ecco entrare in campo le Bronse e scattare la comicità: “Ghe ze qualcheduna che se riconosse?” E come se non bastasse eccoli scendere dal palco per… cercare (e trovare) una tale Betìa fra le spettatrici.
Beninteso, non c’è nulla di originale nel coinvolgere il pubblico se si tratta di burattinizzare l’ignaro spettatore, ma non era questo l’obiettivo dei due attori. La spettatrice (e con essa un’altra decina di spettatori) è divenuta attrice a tutti gli effetti, con tanto di copione prima da leggere, poi da recitare, poi da riascoltare recitato da Fanti con sapiente lentezza e maestria.
Entusiasmante l’esito: l’incespicare degli attori è divenuto pretesto per tradurre quelle battute dal significato ormai troppo oscuro; la comicità delle Bronse è divenuta il mezzo per illustrarne i contesti e i significati. E l’ostica lingua pavana è diventata famigliare e attuale come il dialetto che parliamo e che sentiamo da Remigio e Roberto.
Una rappresentazione in progress dunque, mai eguale alla precedente e alla successiva. Ma soprattutto un punto di partenza.
Definire “improvvisati” gli spettatori coinvolti nello spettacolo sarebbe riduttivo. Si può dire che si trattasse veramente di provini. Lele Fanti ha infatti un progetto molto ambizioso: mettere in scena, per una rievocazione storica dell’assedio di Padova avvenuto nel 1509, La moschèta di Ruzante, ambientata appunto nella zona dei “guasti”, tra il bastione della Gatta e viale Codalunga. Quella cui abbiamo assistito non è quindi soltanto l’ennesima trovata comica delle Bronse, ma il primo passo per un grande “casting” alla ricerca di attori non professionisti che dovranno recitare in “pavan”.
Ciò cui abbiamo assistito non è quindi una rappresentazione teatrale ma una grande operazione culturale. Tale è non tanto perché restituisce alla nostra memoria collettiva una delle più importanti date della nostra storia padovana, ma perché riesce ad imprimere nuovamente nel nostro pensiero tale data e a restituirla al nostro quotidiano.
Il dramma, la comicità, la lingua (anzi, le lingue) e lo spirito del Ruzante, altrimenti incomprensibili per noi, le Bronse Querte e Lele Fanti ce le hanno riconsegnate. Grazie Bronse! Grazie Lele!












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