Lo scorso 8 gennaio mancavano appena due giorni all'inizio della Coppa d'Africa di calcio per nazioni, una manifestazione cresciuta sempre più d'importanza nel corso degli anni e diventata un appuntamento da non perdere per decine di osservatori provenienti da ogni angolo d'Europa alla ricerca di nuove promesse e potenziali fenomeni da proporre e lanciare nel calcio che conta. I riflettori erano puntati sul continente nero, sull'Angola, paese ospitante ma prima di tutto luogo martoriato da più di trent'anni di sanguinosa guerra civile tra il governo centrale e le forze ribelli, un conflitto che vide la luce subito dopo l'agognata indipendenza dal Portogallo, spaccando in due e facendo sprofondare un Paese di per se già poverissimo.
Ed è proprio in seguito a questo avvenimento che una serie di discutibili prese di posizione vengono assunte. Quando sarebbe stato auspicabile un diverso comportamento, la CAF (federazione africana calcio) si è affrettata a precisare che la manifestazione avrebbe comunque avuto regolare corso, in questo fortemente supportata dal governo angolano, preoccupatissimo nel non voler dare una immagine di inefficienza e soprattutto di debolezza nei confronti della formazione ribelle in primis, nonché rispetto agli occhi dell'opinione pubblica internazionale, turbata dalla drammatica notizia e preoccupata dell'aspetto legato alla sicurezza di giocatori e tifosi in merito all'imminente mondiale in Sudafrica. Le prime partite si giocano dunque in un clima chiaramente surreale, la gioia del gioco più bello e coinvolgente del mondo viene offuscata da quanto successo, in molti ritengono discutibile ed irrispettoso giocare a 48 ore da un avvenimento simile, con due giocatori della squadra togolese feriti di cui uno, il portiere Kodjovi Obilale (anch'egli gioca in Europa, nel campionato francese) in gravi condizioni. Oltre a ciò è rapidamente emerso il braccio di ferro tra la squadra di Adebayor, la cui volontà era quella di scendere in campo per onorare la memoria delle vittime, e il governo togolese, deciso a richiamare in patria i propri giocatori: dopo un tesissimo tira e molla la squadra viene richiamata in patria e di conseguenza espulsa dalla competizione.
Sono passate due settimane, nulla sembra accaduto. La competizione è proseguita come se niente fosse, Samuel Eto'o continua a dispensare saggi della sua immensa classe, ben impressiona il giovanissimo Ghana, privo delle sue punte di diamante ma sempre pronto a lanciare giovani interessanti; ma, almeno per una volta, la dura legge degli sponsor, dei contratti televisivi, del merchandising poteva lasciare spazio a un momento di riflessione. Sarebbe stata una buona occasione per fermare una giostra perennemente in movimento e far riflettere sulla gravità di certi episodi, lanciando il messaggio che lo show non può andare avanti sempre e comunque e facendo tornare il calcio ad essere quello che forse non è più: uno sport.












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