Sembra passato un millennio dal 29 agosto del 1993. Quel giorno, per la prima volta nella storia del Campionato italiano di calcio di serie A, Tele +2 ( secondo canale della piattaforma televisiva a pagamento Tele +) trasmette a pagamento la partita Lazio - Foggia, posticipata per l'occasione alle ore 20:30. Da allora la parola "posticipo" è entrata ufficialmente a far parte del vocabolario di migliaia di tifosi ed appassionati, per i quali il match di chiusura della giornata calcistica, la domenica sera, è divenuto un appuntamento a dir poco irrinunciabile.
Fu così che l'arrivo della pay TV, con la sua offerta di eventi sportivi a pagamento, iniziò lentamente ma inesorabilmente a modificare il nostro sistema-calcio, diventato di anno in anno sempre più sensibile alla questione dei diritti televisivi; la contemporaneità delle partite venne così sacrificata sull'altare degli enormi profitti per le società di calcio derivanti da contratti miliardari prima, milionari poi, stipulati con le varie televisioni che vendevano agli utenti il singolo incontro o un intero "pacchetto", in pratica la possibilità di assistere comodamente sul proprio divano di casa all'intero campionato.
Prima di arrivare in pieno a comprendere il peso della possibile "rivoluzione" a cui accenno nel titolo, è doveroso tornare indietro di diciassette anni e fare un excursus di quella che è stata l'evoluzione nella contrattazione dei diritti televisivi calcistici, con una doverosa riflessione sulle conseguenze (pesanti fra l'altro) che ha avuto in tutto il movimento calcistico nazionale.
Nel già citato anno di grazia 1993, nel mese di giugno, la Lega Calcio (alla quale, ricordiamolo, spettava il compito di contrattare collettivamente i diritti televisivi relativi ai Campionati di serie A e B, alla Coppa Italia e alla Super Coppa di Lega) stipulò trattative individuali con la RAI e Tele + (rispettivamente diritti in chiaro ed in forma criptata) per il triennio 1993-1996: il contratto con la pay TV prevedeva, in particolare, la cessione dei diritti televisivi criptati (visibili a pagamento e solo attraverso l'uso di un decoder) di 28 gare del Campionato di A e di 32 di quello di B per una somma complessiva di 44,8 miliardi di lire a stagione.
Il movimento calcistico iniziò così ad intravedere le enormi fonti di guadagno derivabili dalle televisioni e la successiva contrattazione collettiva, relativa al triennio 1996-1999, vide l'acquisto da parte di Tele + dei diritti televisivi di pay TV e di pay per view (la diretta di tutte le partite di A e B fruibili tramite abbonamento o la possibilità di acquistare un singolo evento) per la considerevole cifra di 203 miliardi l'anno.
Proprio in quel periodo di tempo, però, le grandi squadre italiane (Milan, Juventus e Inter in testa) iniziarono a contestare con durezza il diritto della Lega Calcio di disporre dei diritti TV in merito alle gare da loro organizzate. Il lungo braccio di ferro si concluse nel 1999 con l'intervento della Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) che aprì una istruttoria in merito; l'enorme pressione da parte delle squadre più importanti portò infine il Parlamento ad emanare la legge 29 marzo 1999 n°78, la quale all'art. 2 recitava inequivocabilmente: "Ciascuna società di calcio di serie A e di serie B è titolare dei diritti di trasmissione televisiva in forma codificata".
Da allora una montagna di miliardi è caduta ininterrottamente sulle società calcistiche: è stata calcolata la cifra pazzesca di più di 5000 milioni di euro in dieci anni, denaro che però è stato deleterio per l'italico pallone. Anzitutto è nettamente aumentata la differenza tra le squadre delle grandi città del nord, le quali hanno stipulato nel corso degli anni accordi sempre più remunerativi, e il resto della serie A; è stato scavato un fossato insuperabile che ha inevitabilmente portato a un campionato meno appassionante dove il divario tecnico tra le prime della classe e il resto del gruppo si è fatto sempre più evidente.
L'aspetto negativo più rilevante però è stata l'errata gestione di questo pressoché ininterrotto flusso di denaro. Invece di investire in infrastrutture (nuovi stadi, ad esempio) e di incentivare il settore giovanile (un serbatoio di grandi talenti allevati in casa abbatte notevolmente i costi di gestione, si sa), le squadre hanno sperperato ingenti somme nell'acquisto di giocatori e allenatori (spesso stranieri rivelatisi autentici flop), con un allargamento sproporzionato delle rose e un inevitabile e sconsiderato aumento del tetto-ingaggi: l'inevitabile conseguenza di tutto ciò sono stati i disastrati bilanci delle nostre società e le ripetute richieste al Parlamento di intervenire con leggi spalma - debiti o che riducessero il carico fiscale.
Si arriva così alla già citata e possibile "rivoluzione". Col Decreto legislativo 9 gennaio 2008 n°9, famoso anche col nome di Legge Melandri-Gentiloni, si torna infatti alla contrattazione collettiva dei diritti televisivi calcistici affidata alla Lega Calcio.
Sulla base di questa nuova norma, la quale stabilisce che "L'organizzatore della competizione e gli organizzatori degli eventi sono contitolari dei diritti audiovisivi relativi agli eventi della competizione medesima [...]", le risorse verranno così ripartite: il 40% sarà suddiviso in parti uguali tra tutti i partecipanti al campionato di serie A, una quota del 30 % verrà ripartita sulla base dei risultati sportivi conseguiti (in particolare, il 10% in relazione ai risultati ottenuti da ciascuna squadra a partire dalla stagione 1946-47, il 15% in base ai risultati conseguiti dai partecipanti nel corso degli ultimi cinque campionati e il rimanente 5% in riferimento al rendimento nell'ultima stagione disputata), il restante 30% di risorse sarà dispensato in relazione al bacino d'utenza di ciascuna squadra. Quest'ultima quota verrà determinata per il 25% in base al numero di sostenitori di ogni team (calcolato da una o più indagini demoscopiche commissionate dalla stessa Lega) e per il rimanente 5 % sulla base della popolazione del comune di riferimento.
La Lega Calcio, appoggiandosi all'advisor Infront, ha quasi ultimato le aste per il prossimo campionato, raggiungendo l'enorme cifra di 1 miliardo di euro. Grazie a questa nuova ripartizione, le squadre beneficiarie di maggiori introiti dovrebbero essere la Fiorentina e la Sampdoria, accreditate per l'anno prossimo di guadagni vicini ai 30 milioni; ma anche i team più piccoli, dal Chievo all'Atalanta, dal Cagliari al Catania, usufruiranno di entrate extra oscillanti dai 12 ai 20 milioni di euro.
La domanda però nasce spontanea. Questa valanga di denaro verrà ben utilizzata? Porterà ad un campionato più appassionante ed equilibrato? Le squadre decideranno di dotarsi di impianti sportivi all'avanguardia?I settori giovanili saranno incentivati? Oppure i soldi verranno buttati gonfiando gli stipendi e aumentando a dismisura le rose?
E' evidente come il calcio italiano si trovi in questo momento di fronte ad un bivio. C'è la reale possibilità di una crescita per tutto il sistema, che dipenderà solo ed esclusivamente dalla lungimiranza di presidenti e direttori sportivi.
In particolare per le squadre medio - piccole si aprono scenari potenzialmente entusiasmanti, con la possibilità di poter costruire contando solo sulle proprie risorse nuovi stadi di proprietà o cittadelle sportive nelle quali far crescere i talenti del futuro, senza la necessità così di sperperare fior di milioni nell'acquisto di potenziali e spesso improbabili campioni. Senza contare, poi, che il campionato diverrebbe senza dubbio più livellato, quindi maggiormente appassionante ed ancor più appetibile come "prodotto" anche per le emittenti televisive estere.
Che strada prenderà dunque il calcio nostrano nei prossimi anni? Gli esempi del passato non spingono certo a riflessioni positive ed entusiasmanti, c'è solo da sperare che questo ennesimo (e forse ultimo) treno per il rilancio dello sport nazionale per eccellenza non venga stupidamente perduto.












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