Almeno la maggior parte delle derrate alimentari del pianeta - sino all'80%, in alcune nazioni africane - è prodotta da donne.
Le donne sono responsabili del cibo consumato dalle loro famiglie: per l'80% nell'Africa sub-sahariana, per il 65% in Asia e per il 45% nell'America Latina e nei Caraibi.
Ancora, nei Paesi poveri le coltivatrici rappresentano da un terzo alla metà di tutti i lavoratori agricoli...
Le donne sono responsabili del cibo consumato dalle loro famiglie: per l'80% nell'Africa sub-sahariana, per il 65% in Asia e per il 45% nell'America Latina e nei Caraibi.
Ancora, nei Paesi poveri le coltivatrici rappresentano da un terzo alla metà di tutti i lavoratori agricoli...
La africane svolgono circa il 90% del lavoro di coltivazione delle piante alimentari e l'80% del raccolto e della commercializzazione.Inoltre il predominio delle donne in campo agricolo è in tali regioni in aumento, dal momento che i maschi della famiglia continuano a spostarsi verso le città, in cerca di lavoro urbano retribuito.
Nel caso del Mozambico, vi sono 153 donne ogni 100 uomini impiegati in agricoltura.
In quasi tutti gli altri Paesi sub-sahariani, la componente femminile varia tra le 120 e le 150 unità ogni 100 uomini.
Malgrado il loro ruolo fondamentale, le donne non condividono in modo equo con gli uomini i profitti derivanti dall'agricoltura, né possono beneficiare sempre di quelli che in linea di principio sono i progressi nelle tecniche e nelle pratiche agricole.
Spesso esse non possono ottenere la proprietà della terra su cui lavorano, né ereditarla; incontrano poi frequenti difficoltà a ottenere la proprietà le sementi o i fertilizzanti più evoluti, che sono invece a disposizione dei contadini maschi.
Di regola, poi, le donne coltivatrici lavorano più a lungo e percepiscono salari più bassi degli uomini. Questo non perchè siano meno istruite o competenti: la ragione va piuttosto ricercata nelle resistenze culturali e nelle restrizioni economiche.
Prima di tutto, la maggior parte delle coltivarici si dedica all'agricoltura di sussistenza o alla produzione di cibo per il mercato locale, che procura scarsi profitti.
In secondo luogo, esse hanno un accesso molto più limitato degli uomini al prestito bancario o alle tariffe calmirate dal governo, che renderebbero loro possibile l'acquisto delle tecnologie della "rivoluzione verde" (quali sementi ibridate e fertilizzanti).
In terzo luogo, in certe culture le donne non possono possedere la terra e sono pertanto escluse dai programmi di sviluppo agricolo e dai progetti destinati ai proprietari terrieri.
Per esempio, molti progetti di espansione agricola africani si basano sulla trasformazione del suolo comunitario (accessibile alle donne) in appezzamenti privati (da cui invece sono escluse).
In Asia, le leggi sull'eredità favoriscono gli eredi maschi rispetto alle femmine, e la terra ereditata dalle donne è gestita dai mariti; In America Latina la discriminazioe si traduce nello status più limitato delle donne davanti alla legge.
Al tempo stesso la "rivoluzione verde", con la sua più spinta commercializzazione dei raccolti, ha richiesto in genere un incremento di lavoro per ettaro, in particolare per quei compiti tradizionalmente riservato alle donne, come la mondatura, il raccolto e le operazioni a esso successive.
Se alle donne non viene concessa alcuna riduzione delle altre incombenze giornaliere, la "rivoluzione verde" può dunque significare più un fardello che una benedizione, per loro.
Quando però a nuovo sistema agricolo si aggiunge la meccanizzazione, le coltivatrici ne escono comunque perdenti. Di frequente, infatti, compiti in prevalenza femminili, quali la mietitura, la mondatura e la brillatura delle granaglie, tradizionalmente compiuti a mano, sono affidati alle macchine, eliminando così, anziché impiegando, manodopera femminile.
Persino o spergimento di concimi chimici (un "lavoro da uomo") invece di sterco di vacca (un "lavoro da donna") ha ridotto il ruolo femminile nei programmi di sviluppo agricolo.
La scomparsa di queste tradizionali attività salariate fa sì che le lavoratrici rurali già povere e le loro famiglie abbiano un reddito insufficiente a migliorare la propria dieta, persino a dispetto del sostanziale incremento della disponibilità alimentare, ottenuto grazie ai progressi della "rivoluzione verde".
Perchè le donne possano beneficiare della "rivoluzione verde" saranno necessari nuovi atteggiamenti culturali, o compromessi cuturalmente accettabili, nell'ambito dei tradizionai rapporti familiari tra i sessi e delle consuetudini legali.
Questi devono permettere o riconoscere alle donne la proprietà terriera e altri diritti, oggi non chiaramente sanciti, l'accesso al finanziamento a tassi favorevoli e l'ammissione ai programmi di assistenza governativi, in misura uguale rispetto agli uomini.
Il riconoscimento di queste realtà ha promosso il "Progetto di Sviluppo per le Donne FAO (1996-2001)" e il "Progetto contro la Discriminazione per lo sviluppo (2002-2007)" da parte della FAO.
Entrambi mirano a stimolare e facilitare gli sforzi per esaltare il ruolo delle donne, cosicché le stesse contribuiscano e godano dello sviluppo economico, sociale e politico.
Gli obbiettivi del progetto comprendono la promozione di un'equilibrata divisione tra i sessi nell'accesso e nel controllo delle risorse produttive; il sostegno della partecipazione femminile nei processi decisionali e politici a tutti i livelli, locali e nazionali; l'incoraggiamento di azioni volte a ridurre il carico di lavoro delle donne nei campi.
Allo stesso tempo, esse mirano a favorire le opportunità di impiego retribuito e di guadagno per le donne.












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