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Hot-News.it Ultime news Ambiente&Salute Guai se i giganti si risvegliano
12
Giu
2010

Guai se i giganti si risvegliano




"Sono i supervulcani la causa delle improvvise estinzioni di massa". Sono i principali indiziati di molte estinzioni di massa. La loro forza distruttiva potrebbe aver cancellato specie su specie, compresi i nostri lontani antenati Neanderthal. Eppure, nonostante il ruolo dei supervulcani possa essere stato determinante per il nostro pianeta - e probabilmente potrebbe esserlo anche in futuro - per la scienza la loro origine, il loro numero e i loro comportamenti futuri restano ancora largamente sconosciuti.Molti si nascondono nelle profondità della Terra, a cui solo di recente ci si sta avvicinando. I più recenti e interessanti indizi sono saltati fuori dai dati della spedizione «Iodp» - «Integrated Ocean Drilling Program» - sulle «bombe a tempo» sottomarine dell'Oceano Pacifico. Per studiare questi giganti enigmatici un team di geologi ha perforato una grande catena montuosa risalente a 145 milioni di anni fa, a 1500 chilometri a Est dalle coste del Giappone: si tratta della gigantesca Shatsky Rise, delle dimensioni della California, che è una delle maggiori concentrazioni al mondo di supervulcani.Guai se i giganti si risvegliano

E' così che sono riusciti a raccogliere una serie di informazioni importanti, che potrebbero avvalorare la tesi delle periodiche estinzioni di massa causate da mega-eruzioni.

Gas e particelle

«I supervulcani emettono enormi quantità di gas e particelle nell'atmosfera», spiega Rodey Batiza della sezione di Geoscienze Marine della «National Science Foundation» americana, che ha cofinanziato la ricerca. Le conseguenze sono, secondo lo studioso, molto diverse da quelle delle eruzioni «standard» e possono rivelarsi devastanti per gli equilibri degli ecosistemi: «Basta pensare - spiega - all'improvviso aumento dei gas a effetto serra e ai bruschi cambiamenti nella circolazione delle correnti oceaniche». Alterazioni drammatiche indotte, per ogni «evento», da milioni di chilometri cubici di detriti, con effetti scioccanti per un pianeta delicato come il nostro. Perché per essere classificati come supervulcani questi giganti - che sono caldere collassate - devono avere la capacità di eruttare enormi volumi di magma che, una volta sputati fuori, sono in grado di cambiare di colpo le condizioni del clima globale. Una delle teorie più affascinanti - e oggi più accreditate - riguarda il supervulcano del lago Toba, nell'isola di Sumatra, in Indonesia: si ipotizza che circa 74 mila anni fa abbia precipitato l'intero pianeta in un vero e proprio «inverno nucleare», durato diversi anni, seguito dalla scomparsa a catena di molte specie vegetali e animali. Protagonista di un'altra catastrofe è stato invece un supervulcano italiano: nella Piana Campana, infatti, è stata individuata un'enorme caldera circolare, vicino ai Campi Flegrei, che si estende da Posillipo fino a Bacoli. Per metà, oggi, è nascosta dai palazzi in cui vivono 500 mila napoletani e per l'altra metà dal mare della baia.

«Ma all'incirca 39 mila anni fa la sua eruzione ricoprì di spessi depositi tutta la Campania, parte dei quali sono stati ritrovati a migliaia di km di distanza, anche in Russia, e alcuni antropologi pensano che possano aver provocato la rapida scomparsa dell'uomo di Neanderthal, che non sarebbe riuscito a sopravvivere alle variazioni ambientali innescate dall'immane esplosione», racconta Giuseppe de Natale, il ricercatore dell'Osservatorio Vesuviano dell'Istituto di Geofisica e Vulcanologia che coordina un ambizioso progetto di studio sulla zona.Per cercare di comprendere meglio ciò che è successo in passato e per tentare di stilare previsioni future, De Natale e il suo gruppo di ricerca penetreranno con una sonda il sottosuolo dei Campi Flegrei e arriveranno a 4 chilometri di profondità, soltanto un paio di chilometri sopra il punto in cui si pensa si trovi la camera magmatica. Un vero e proprio viaggio al centro della Terra che dovrebbe iniziare nel prossimo autunno. Per i ricercatori si tratta di un'avventura straordinaria: l'obiettivo è tentare di fare luce sulle catastrofi che, in varie epoche, hanno ciclicamente sconvolto il pianeta e anche sulla genesi - tuttora controversa - delle ere glaciali.Ma le sorprese non finiscono qui. Un altro supervulcano nostrano è stato individuato l'anno scorso nelle Alpi Occidentali, tra le vallate e i rilievi della Valsesia. Si è trattato - osservano gli studiosi - di una scoperta eccezionale, perché questo «mostro» fossile è il primo che si trova esposto all'osservazione, dalla cima ai piedi. «Grazie a questo ritrovamento potremo adesso svelare le parti più misteriose di questi apparati vulcanici», spiega Silvano Sinigoi, professore di petrografia all'Università di Trieste, che insieme con il geologo americano James Quick, pro-rettore all'Università di Dallas, ha firmato la scoperta sulla rivista «Geology». «Il lento processo dinamico che ha provocato il sollevamento e la formazione delle Alpi - osserva - ha rivoltato la crosta terrestre, facendo emergere tutto l'apparato magmatico che un tempo si trovava sotto il vulcano, fino a una profondità di circa 25 chilometri. Così, adesso, possiamo osservare e studiare parte del sistema di alimentazione di un supervulcano, come non avevamo mai potuto fare in precedenza».

Milioni di anni fa

Il supervulcano della Valsesia è molto antico: era attivo - dicono le prime rilevazioni - intorno a 280 milioni di anni fa. Anche le sue spaventose eruzioni potrebbero avere mandato in tilt il clima del pianeta, sprigionando «nubi» di materiale magmatico nell'atmosfera. Adesso, fortunatamente, «riposa», disteso su una caldera di una quindicina di chilometri di diametro. «Indagarlo - conclude Sinigoi - non significa solo capire parte della storia della Terra, ma comprendere i processi che scatenano le eruzioni e che, per esempio nel nostro Paese, possono verificarsi da un momento all'altro». Fonte: LaStampaGuai se i giganti si risvegliano

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