Una decina di chilometri più su, al di là dell'A4, a Montecchia di Crosara, tre anni prima Pietro Maso aveva massacrato i genitori con tre amici, per incassare l'eredità. Ora, a diciassette anni di distanza, la svolta presa dalle indagini dell'omicidio di Maria Armando percorre la stessa strada. Secondo il pm di Verona Giulia Labia la donna, colpita con 21 coltellate nel suo appartamento la sera del 23 febbraio del 1994 a Praissola di San Bonifacio e oltraggiata con un bastone infilato nelle parti intime, sarebbe stata uccisa dalle due figlie, anche loro aiutate da tre amici e anche loro per motivi economici: volevano intascarsi i soldi ricavati dalla vendita dell'appartamento in cui viveva la madre.
A riaprire l'indagine, che sembrava ormai destinata al dimenticatoio dopo che inizialmente era stato arrestato il compagno della donna, è stata una confessione intercettata dalle microspie dei carabinieri lo scorso novembre. Frasi che avevano spinto il pm a chiedere al giudice per le indagini preliminari un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di cinque persone: Katia Montanaro, che all'epoca dei fatti aveva 19 anni e che era stata colei che aveva trovato il cadavere della madre in casa, disteso sopra un lago di sangue, e aveva subito avvisato i carabinieri; Cristina Montanaro, la sorella di due anni più vecchia, che all'epoca viveva a Milano in una comunità punk e che aveva avuto anche dei problemi di tossicodipendenza; il suo allora fidanzato Salvador Versaci, argentino, che oggi ha 40 anni; infine le due amiche Marika Cozzula e Alessandra Cusin. E' stata proprio quest'ultima ad essere registrata dai carabinieri. I militari avevano infatti creduto al fidanzato della ragazza, che era stato arrestato per altri motivi lo scorso anno, e che a fine ottobre aveva deciso di rivelare quel segreto rimasto chiuso per mesi. «Alessandra mi ha confessato di aver partecipato ad un omicidio», è stato quello che ha detto l'uomo, riaprendo di fatto il caso. Subito è stata preparata la trappola per la ragazza, che ha raccontato tutto.
Ma quella confessione è inutilizzabile - ha sentenziato il gip - perché l'intercettazione non era stata correttamente autorizzata: quindi la richiesta è stata respinta una decina di giorni fa. Subito il pm Labia ha impugnato l'atto del gip al tribunale del riesame, chiedendo che i presunti omicidi finiscano in carcere, ma di fatto anche scoprendo le carte sulla svolta delle indagini, che ovviamente era stata tenuta copertissima. L'udienza è stata fissata per il 19 aprile prossimo e toccherà ai giudici del riesame sciogliere quell'ostacolo giuridico e stabilire se arrestare o meno le figlie e i tre amici. L'omicidio era stato particolarmente sconvolgente per la sua ferocia, compreso quell'oltraggio sul corpo della donna che aveva subito indirizzato gli inquirenti sulla pista passionale. Maria Armando allora aveva 42 anni e lavorava come inserviente nel reparto di Ortopedia dell'ospedale di San Bonifacio. Era vedova da cinque anni dopo la morte del marito in un incidente stradale e aveva una relazione con l'allora 57enne Alessio Biasin, preside di una scuola media che per lei aveva lasciato la moglie e i sette figli. Lui avrebbe voluto sposarla,ma dopo la morte venne incolpato di averla uccisa e finì anche in carcere: fu arrestato l'11 marzo 1994 e rimase in cella per quattro mesi, dichiarandosi sempre innocente («fungo da capro espiatorio e da copertura per l'incapacità degli inquirenti di trovare il vero colpevole », scrisse dal carcere alle cugine in una lettera resa nota recentemente), e fu scarcerato il 5 luglio successivo. Quattro mesi di dolore per lui e per la sua famiglia, che gli rimase vicino nonostante il tradimento, per i quali ottenne anche un risarcimento per ingiusta detenzione: ma la sua vita era stata segnata per sempre. La sorte chiuse tragicamente il cerchio nel 2000, quando morì in un incidente stradale precipitando in una scarpata con la moglie e la figlia più piccola. «Doveva venire a prendermi in auto, come sempre, nella fabbrica di jeans dove lavoro, ma quando alle 18 non l'ho vista arrivare ho avuto un brutto presentimento », aveva raccontato sconvolta Katia Montanaro. Ancor più sconvolgente sarebbe sapere - oggi, a distanza di 16 anni - che ad ucciderla era stata anche lei.
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A riaprire l'indagine, che sembrava ormai destinata al dimenticatoio dopo che inizialmente era stato arrestato il compagno della donna, è stata una confessione intercettata dalle microspie dei carabinieri lo scorso novembre. Frasi che avevano spinto il pm a chiedere al giudice per le indagini preliminari un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di cinque persone: Katia Montanaro, che all'epoca dei fatti aveva 19 anni e che era stata colei che aveva trovato il cadavere della madre in casa, disteso sopra un lago di sangue, e aveva subito avvisato i carabinieri; Cristina Montanaro, la sorella di due anni più vecchia, che all'epoca viveva a Milano in una comunità punk e che aveva avuto anche dei problemi di tossicodipendenza; il suo allora fidanzato Salvador Versaci, argentino, che oggi ha 40 anni; infine le due amiche Marika Cozzula e Alessandra Cusin. E' stata proprio quest'ultima ad essere registrata dai carabinieri. I militari avevano infatti creduto al fidanzato della ragazza, che era stato arrestato per altri motivi lo scorso anno, e che a fine ottobre aveva deciso di rivelare quel segreto rimasto chiuso per mesi. «Alessandra mi ha confessato di aver partecipato ad un omicidio», è stato quello che ha detto l'uomo, riaprendo di fatto il caso. Subito è stata preparata la trappola per la ragazza, che ha raccontato tutto.
Ma quella confessione è inutilizzabile - ha sentenziato il gip - perché l'intercettazione non era stata correttamente autorizzata: quindi la richiesta è stata respinta una decina di giorni fa. Subito il pm Labia ha impugnato l'atto del gip al tribunale del riesame, chiedendo che i presunti omicidi finiscano in carcere, ma di fatto anche scoprendo le carte sulla svolta delle indagini, che ovviamente era stata tenuta copertissima. L'udienza è stata fissata per il 19 aprile prossimo e toccherà ai giudici del riesame sciogliere quell'ostacolo giuridico e stabilire se arrestare o meno le figlie e i tre amici. L'omicidio era stato particolarmente sconvolgente per la sua ferocia, compreso quell'oltraggio sul corpo della donna che aveva subito indirizzato gli inquirenti sulla pista passionale. Maria Armando allora aveva 42 anni e lavorava come inserviente nel reparto di Ortopedia dell'ospedale di San Bonifacio. Era vedova da cinque anni dopo la morte del marito in un incidente stradale e aveva una relazione con l'allora 57enne Alessio Biasin, preside di una scuola media che per lei aveva lasciato la moglie e i sette figli. Lui avrebbe voluto sposarla,ma dopo la morte venne incolpato di averla uccisa e finì anche in carcere: fu arrestato l'11 marzo 1994 e rimase in cella per quattro mesi, dichiarandosi sempre innocente («fungo da capro espiatorio e da copertura per l'incapacità degli inquirenti di trovare il vero colpevole », scrisse dal carcere alle cugine in una lettera resa nota recentemente), e fu scarcerato il 5 luglio successivo. Quattro mesi di dolore per lui e per la sua famiglia, che gli rimase vicino nonostante il tradimento, per i quali ottenne anche un risarcimento per ingiusta detenzione: ma la sua vita era stata segnata per sempre. La sorte chiuse tragicamente il cerchio nel 2000, quando morì in un incidente stradale precipitando in una scarpata con la moglie e la figlia più piccola. «Doveva venire a prendermi in auto, come sempre, nella fabbrica di jeans dove lavoro, ma quando alle 18 non l'ho vista arrivare ho avuto un brutto presentimento », aveva raccontato sconvolta Katia Montanaro. Ancor più sconvolgente sarebbe sapere - oggi, a distanza di 16 anni - che ad ucciderla era stata anche lei.
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