Vorrei poter scrivere una cronaca puntuale e dettagliata, ma per farlo bisogna essere sul campo, essere dove capita il fatto. Se sei fortunato puoi capitarci proprio mentre accade, oppure puoi venirlo a sapere, e allora ti metti in moto, ti sposti per recarti dove l'accaduto è ancora caldo. Vorrei poter raccontare quello che sta accadendo giorno dopo giorno, minuto dopo minuto (perchè in un minuto di cose ne possono accadere) nella Striscia di Gaza, ma non sono lì, sono al calduccio nella mia casetta, davanti al mio pc con la mente piena di buoni propositi e di un'enorme frustrazione. E' una fortuna che non sia lì, non sarei in grado di riportare a casa la pelle, bisogna essere preparati per affrontare certe situazioni...ma come ci si prepara a vivere sotto attacco?
Quindi, non potendo raccontare quello che accade perchè non lo vedo, perchè non lo ascolto e perchè non lo annuso, e rifiutandomi di riportare, magari con qualche elaborazione personale, le analisi sterili o barocche che riempieno i nostri giornali (poche, pochissime le eccezioni), mi schiero. Lo faccio perchè quando si affrontano certi discorsi (in Italia sono discorsi, là è vita vera) è inevitabile. Ci schieriamo continuamente, scegliamo, deciadiamo. Lo facciamo al supermercato davanti a scatole di pelati di dieci marche diverse, figurarsi se non è consentito quando di mezzo c'è la vita di un milione e mezzo di persone (beh ad oggi -702).
Certo, è proprio quello che tutti i manuali del perfetto giornalista aborrono: primo comandamento, separare i fatti dalle opinioni. Ma quante ipocrisie ci risparmieremmo se solo riuscissimo ad ammettere che le opinioni influenzano inevitabilmente non tanto i fatti, quanto il modo in cui vengono raccontati. Niente di nuovo fin qui. Quando i fatti non possono essere raccontati, una volta tanto non perchè possono ferire o peggio urtare la sensibilità di qualcuno, ma perchè materialmente non si conoscono, non si possono raggiungere, allora ci si deve accontentare delle voci di corridoio, approssimative, spesso false, a questo punto, mi chiedo, non è meglio una sana ammissione di impossibilità?
Succede anche questo, è vero, ed è allora che il popolo dei sapienti, dei commentatori meglio conosciuiti come opinionisti, dilaga. Meglio loro che si credono e presentano come esperti, che per forza qualcosa su un qualsiasi argomento la devono dire, foss'anche la più banale, sconclusionata o lontana dalla realtà, di chi, bardato del ruolo di esperto-giornalista, spaccia consapevolmente per vero quello che non può accertare.
Da quando Israele ha chiuso le frontiere ai giornalisti esteri, il confine tra vero e falso, tra realtà e finzione, tra quello che accade e quello che non accade tende a svanire. E' soprattutto l'intensità degli avvenimenti a farne le spese. Che gli attacchi continuano si sa, è innegabile, non servono le immagini di Al Jazeera ad accreditarlo, anche se vederle e rivederle a noi paesi "civili" (civili?) male non fa. Le immagini possono essere strumentalizzate, è vero, ma strumentalizzare una cronaca è già più difficile. Senza inneggiare agli intramontabili "dove sono le diplomazie occidentali"? (come se l'occidente fosse il padre onnipotente che più su non si può), "dov'è l'Onu" (il suo statuto, con gli Stati Uniti in grado di far saltare una risoluzione solo con il proprio veto, la dice lunga).
Conosco la questione mediorientale dai libri, dalle ricerche che ho condotto per la mia tesi, non sono un'esperta e non mi ritengo tale. Di una cosa però sono convinta, il che mi porta a porgermi un inquietante interrogativo: diretti interessati (Israeliani e Palestinesi, pedine di un gioco delle parti quasi centenario) hanno sicuramente responsabilità per tutte le occasioni (più spesso pseudo-occasioni) di pace mancate, ma a chi davvero fa comodo il persistere dell'instabilità mediorientale?












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