Venerdì 9 gennaio a Tv7, settimanale appuntamento di approfondimento televisivo di Rai1, si parla della ‘guerra a Gaza’, non posso perderlo. Guerra? Il vocabolario della lingua italiana definisce la ‘guerra’ una “situazione giuridica esistente tra Stati in cui ciascuno di essi può esercitare violenza contro il territorio, le persone e i beni dell’altro o degli altri Stati con l’osservanza delle norme di diritto internazionale’.
Basterebbe questa definizione per riempire almeno 5/6 cartelle del mio articolo, ma sarebbe troppo. Mi limito, perciò, all’essenziale.
Una guerra si sviluppa tra Stati. Israele è uno Stato ufficialmente riconosciuto dal 1948, data della sua dichiarazione di indipendenza. Non così la Palestina che, pur essendosi dichiarata Stato nel 1988, non ha ottenuto i cosiddetti riconoscimenti ufficiali. In pratica gli Stati che contano (economicamente e politicamente) riconoscono Israele, non lo fanno molti Stati arabi. Accede l’esatto contrario per la Palestina, riconosciuta dagli Stati arabi e da molti sudamericani, ma sostanzialmente inesistente per i restanti (per rendersene conto basti pensare che in Italia a fronte di un’ambasciata israeliana, esiste una delegazione palestinese). Ma se quella che da 17 giorni insanguina la Striscia di Gaza è da considerarsi una guerra, allora, sempre in base alla definizione, la violenza esercitata durante una guerra deve osservare le norme del diritto internazionale. La Convezione di Ginevra per la protezione dei civili in tempo di guerra, ad esempio, dovrebbe quindi essere rispettata. Qualcosa non torna.
Tornando a Tv7, in studio erano presenti il ministro degli Esteri, Franco Frattini, il ministro degli Esteri del governo ombra, Piero Fassino (in collegamento) e il direttore di Limes (rivista di geopolitica), Lucio Caracciolo. Arbitro, più che altro un porgiparola, Gianni Riotta, in costante oscillazione tra realismo e catastrofismo.
Fin da subito mi stupisce la rapidità con cui gli interpellati rispondono alle domande – in realtà occasioni d’oro per dire la loro senza essere mai interrotti né contestati – poste dal presentatore/intervistatore (non le avranno mica concordate prima?). Il dubbio mi si insinua e diventa quasi una certezza quando mi rendo conto che nessuno si inceppa, ognuno di volta in volta parte da un punto per arrivare ad un altro (qualche eccezione per Fassino che a volte si perde, ma abbastanza prontamente riprende il filo del discorso). Strano, io, se presa alla sprovvista ho qualche difficoltà anche a rispondere a domande del tipo ‘cos’hai mangiato ieri sera?’, ma qua si parla di navigati uomini politici, la differenza c’è e si vede.
Dicevo tutto fila liscio, par condicio rispettata su tutti i fronti (due ministri degli Esteri, uno di maggioranza e uno di opposizione, un esperto, quindi super partes, che non ha bisogno di un omologo, due corrispondenti, uno che racconta il punto di vista israeliano, l’altro quello palestinese, un corrispondente dell’Ansa che vive a Gaza, un italiano che vive in Israele. Ma l’incantesimo si spezza subito.
A prendere per primo la parola è Franco Frattini chiamato a rispondere sul perché, nonostante gli sforzi di Egitto e Unione Europea e nonostante la risoluzione delle Nazioni Unite (astensione degli Stati Uniti) che intima la tregua, una tregua reale ancora non sia stata raggiunta. Il nostro ministro degli Esteri, tranquillo e rilassato, si limita a spostare l’asse del ragionamento: per lui il succo della questione non è perché la tregua non c’è, ma perché è scattata l’offensiva. Colpa di Hamas, “Israele non si sente rassicurata sul fatto che Hamas, organizzazione estremista che ha provocato questa tragedia violando la tregua il 19 dicembre, la smetta di riarmarsi e lanciare razzi” (metto le virgolette perché, per una questione di correttezza, dal sito di Rai1 ho riascoltato e trascritto i passi degli interventi). Cosa fare per rendere Israele sicuro? Bloccare il rifornimento di armi e controllare le frontiere, risponde Frattini. Semplice, il discorso finisce lì.
A smentirlo ci pensa Safwat al Kahlout, giornalista dell’Ansa, che vive a Gaza con la sua famiglia. “La colpa è di Israele che ha rotto la tregua lo scorso 4 novembre entrando con il suo esercito nella Striscia e uccidendo 6-7 miliziani del braccio armato di Hamas”, afferma. E prosegue: “secondo l’accordo che aveva dato vita alla tregua – iniziata il 27 giugno e della durata di sei mesi – i Palestinesi avrebbero dovuto interrompere il lancio di razzi Kassam su Israele e Israele avrebbe dovuto riaprire i valichi per permettere ai Palestinesi di rifornirsi dei beni di prima necessità e quindi di sopravvivere”. Israele non l’ha fatto, Hamas ha continuato a lanciare razzi.
Ascoltando, che idea si fa lo spettatore? Chi ha ragione? Chi torto? Chi ha iniziato? Perché? Non si tratta di lievi sfumature, ma di posizioni diametralmente opposte. E’ una questione di causa-effetto, il problema è individuare l’una e l’altro perché, a seconda del punto di vista, diventano interscambiabili. Ma, se il punto di vista che ci arriva da Israele è quello dei comunicati stampa ufficiali diramati dal governo, certo la posizione non può essere che faziosa, mentre vivere in un luogo, esserci dentro in tutto e per tutto, non può essere edulcorato, è quotidianità.
Quando interviene Fassino, chiamato a dire la sua sul ruolo che la diplomazia potrebbe ricoprire nel processo di pace, ci si aspetterebbe che, da bravo ministro ombra dell’opposizione, sostenesse posizioni quantomeno leggermente dissimili da quella dell’esponente delle maggioranza. Macchè, le due parti, in politica estera vanno d’amore e d’accordo. Anche per Fassino la colpa è di Hamas, con cui è impossibile trattare perché si rifiuta di riconoscere l’esistenza di Israele (affermazione parzialmente smentita poco dopo da Caracciolo, quando sostiene che all’interno di Hamas esistono delle “correnti che riconoscono i confini del 1967 e li considerano una base di partenza per qualsiasi discussione”). La soluzione? Fare pressione su Hamas, come fu fatto a suo tempo sull’Olp, affinché riconosca Israele, solo così potrà essere considerato un interlocutore credibile ed esercitare un ruolo attivo nelle trattative. Un ricatto: così o non se ne fa niente. I presenti forse non ricordano o hanno qualche difficoltà ad ammettere che nel 2006 Hamas è stato eletto con elezioni democratiche nella Striscia di Gaza (non è questo il contesto per discutere del perché il fondamentalismo religioso abbia avuto la meglio sul laicismo di Fatah e delle eventuali ripercussioni che questo possa avere o abbia già avuto).
Soprassiedo sulla richiesta avanzata da Riotta ai due corrispondenti di raccontare cosa porteranno a casa di questa esperienza (aldilà del fatto che il conflitto non è purtroppo ancora terminato, i due non sono a una gita scolastica). Patetiche, a mio avviso, le risposte.
Un’ultima considerazione va all’italiano che vive in Israele, in una zona soggetta al lancio di razzi Kassam. Sembra arrivato da un altro pianeta. Lo intervistano nella sua casetta linda e pinta, mentre la moglie prepara il pranzo e lui dà da mangiare ai canarini “buon appetito”. Sostiene di non capire perché, nonostante gli Israeliani abbiamo lasciato la Striscia di Gaza, il lancio di missili sia continuato. “Fino a undici giorni fa era una pacchia, era una vita bella, adesso ogni dieci minuti dobbiamo scappare, ‘ste case so de carta”. Dice di aver preso un prestito per costruirsi un rifugio e che la figlia, capitano dell’esercito israeliano, non esce più di casa e fuma moltissimo. La sua preoccupazione? “Non ce l’ho sta paura, però oggi casca qui, casca lì, tutto quello che hai costruito sparisce in un secondo”.
Forse ha ragione Claudio Pagliati, inviato ad Ashkelon, quando afferma “uno dei grandi problemi che la diplomazia non può risolvere, ma che è uno dei grandi problemi che impediscono una soluzione vera del conflitto, è la comprensione tra le due parti: non si capiscono, non comunicano e sempre meno si conoscono”.












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