Il processo in Corte d'Assise a Macerata per l'omicidio di Cameyi Mosammet, la quindicenne scomparsa da Ancona il 29 maggio 2010, sta delineando un quadro indiziario complesso. L'imputato, il trentaseienne bengalese Monir Kazi, è accusato della morte della giovane, i cui resti furono rinvenuti soltanto nel 2018 all'interno di un pozzo vicino all'Hotel House di Porto Recanati. Durante l'ultima udienza, sei ispettori delle questure di Ancona e Macerata hanno ripercorso le fasi delle indagini, partendo dalla denuncia presentata dal padre della vittima, deceduto pochi mesi dopo la scomparsa della figlia.
Dall'analisi dei tabulati è emerso un dato significativo: tra il 20 e il 29 maggio 2010, Kazi aveva contattato la ragazzina 159 volte. Dopo il giorno della sparizione, tuttavia, i contatti sono cessati. Il cellulare di Cameyi ha smesso di trasmettere segnale alle 12.55 del 29 maggio, pochi minuti prima che l'imputato venisse visto entrare da solo all'Hotel House. La ricostruzione degli inquirenti ha confermato che la giovane era uscita di casa alle 7.30 per andare a scuola, senza mai arrivarvi. Alle 10.53, i due erano stati ripresi insieme alla stazione di Porto Recanati.
Un punto fermo riguarda l'ultima conversazione della vittima, avvenuta tra le 12.11 e le 12.18 con un connazionale di Vigevano. Dopo quell'orario, il telefono della quindicenne è rimasto muto. Nel pomeriggio, Kazi ha accusato un malore, richiedendo l'intervento del 118 per uno stato di agitazione. La difesa ha sollevato dubbi sulla cronologia del decesso, ipotizzando che il corpo possa essere stato occultato in un momento successivo e criticando la mancata indagine su altri contatti telefonici della vittima.
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La parte civile ha ribadito il peso degli indizi a carico dell'imputato, sottolineando come Kazi fosse l'ultima persona vista in compagnia di Cameyi. Il procedimento, che vede costituita parte civile anche l'associazione Penelope Marche, proseguirà il 25 novembre con l'audizione dei familiari della ragazza e di alcuni conoscenti comuni.