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Bologna ricorda Anteo Zamboni: il quindicenne linciato per l'attentato a Mussolini, un mistero che dura da un secolo

Bologna commemora il centenario della morte di Anteo Zamboni, il ragazzo di 15 anni linciato dopo aver sparato a Mussolini nel 1926. Una vicenda misteriosa…

Tomba restaurata di Anteo Zamboni con rose rosse e bianche, Bologna, 2026. Una cerimonia commemorativa per il centenario
In breve
  • Il 31 ottobre 1926, Anteo Zamboni, quindicenne figlio di un tipografo anarchico, sparò a Benito Mussolini a Bologna durante l’inaugurazione
  • Il regime fascista condannò in un processo farsa il padre di Zamboni e la sua zia, trasformandoli in capri espiatori per l’attentato, mentre
  • Bologna celebra il centenario della morte di Zamboni con il restauro della sua tomba nel Cimitero Monumentale della Certosa e la posa di una
  • Storici e nuovi studi, come il romanzo Il secondo sparo, avanzano ipotesi su possibili congiure interne al fascismo o su un secondo colpo

Il 31 ottobre 1926, Bologna viveva un momento storico: Benito Mussolini, in città per l’inaugurazione dello stadio Littoriale — l’attuale Dall’Ara — e per celebrare il quarto anniversario della Marcia su Roma, si trovava su un’auto scoperta quando un colpo di pistola gli sfiorò la vita. L’autore del gesto, Anteo Zamboni, un ragazzo di quindici anni figlio di un tipografo anarchico, fu immediatamente individuato e accerchiato da una folla di fascisti. Nonostante il colpo non avesse colpito il Duce, la reazione fu immediata e brutale: il giovane venne trascinato via, accoltellato e linciato fino alla morte, con il corpo ritrovato con diciannove ferite. La sua morte, avvenuta in pieno centro tra via Rizzoli e via Indipendenza, segnò un momento drammatico della storia italiana e aprì una vicenda che, cent’anni dopo, continua a suscitare interrogativi.

La versione ufficiale del regime fascista fu immediata: Zamboni, figlio di un ambiente anarchico, era il colpevole designato. Il padre, Mammolo, e la zia Virginia Tabarroni — sorella della madre Viola — furono condannati in un processo farsa per complicità nell’attentato, diventando capri espiatori di un sistema che non tollerava opposizione. Ma le testimonianze dell’epoca non corrispondevano alla narrazione ufficiale: Mussolini descrisse l’attentatore come un giovane in abito chiaro con cappello floscio, mentre Zamboni indossava una giacca marrone su una maglia blu scura. Altri testimoni parlarono di un uomo misterioso in gabardine, mai identificato, che avrebbe potuto essere presente sul luogo dell’evento, alimentando dubbi sulla ricostruzione dei fatti.

Oggi, Bologna celebra il centenario della morte di Anteo Zamboni con un programma di iniziative che ha coinvolto istituzioni, associazioni e storici. La tomba del ragazzo, nel Cimitero Monumentale della Certosa, è stata restaurata e inaugurata con una cerimonia che ha visto la partecipazione di autorità cittadine, tra cui il sindaco Matteo Lepore, l’assessore Daniele Ara e Anna Cocchi, presidente dell’ANPI Bologna. «Un eroe ucciso in modo barbarico», ha definito Zamboni Cocchi durante l’evento, che ha visto anche la posa di una lapide sulla casa di via Fondazza, dove il ragazzo viveva con la famiglia. Presenti anche i discendenti della famiglia Zamboni, giunti da Treviso per l’occasione.

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Le celebrazioni hanno anche riaperto il dibattito su una vicenda che storici come Brunella Dalla Casa hanno analizzato in profondità. Il romanzo Il secondo sparo, recentemente pubblicato, propone una ricostruzione narrativa che ipotizza la possibilità di un secondo colpo sparato contro Mussolini, alimentando teorie su possibili congiure interne al fascismo. L’attentato, avvenuto in un momento cruciale per il regime — pochi mesi dopo il quale furono varate misure drastiche come lo scioglimento dei partiti non fascisti e l’istituzione del Tribunale Speciale —, potrebbe essere stato strumentalizzato per consolidare il potere del Duce. La vicenda di Zamboni, tuttavia, va oltre la semplice cronaca: rappresenta un simbolo della violenza politica e della manipolazione della verità da parte del potere.

Bologna, città che ha già conosciuto tragedie non risolte come la strage di Ustica, si confronta ancora con le ombre del passato. Le rose rosse e bianche sulla tomba di Zamboni, oggi restaurata, ricordano un ragazzo che, con un gesto di sfida, è diventato una vittima dimenticata dalla storia ufficiale. La domanda che rimane, dopo un secolo, è se la verità su quel giorno sia mai stata completamente svelata.

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