Duemila anni fa, nell’Artico canadese, i resti di un’immensa calotta glaciale avevano ricominciato a espandersi. Era il segnale di un nuovo ciclo glaciale, quello che gli scienziati chiamano la prossima era glaciale. Ma il fenomeno, già in atto, è stato bruscamente interrotto negli anni Sessanta del Novecento. A fermarlo non è stata una variazione naturale del clima, ma l’aumento delle temperature estive, accelerato dall’impronta umana sul pianeta.
Il ghiacciaio che raccontava una storia
La calotta di Barnes, sull’isola di Baffin, è l’ultimo frammento della Laurentide, la coltre di ghiaccio che un tempo ricopriva gran parte del Canada e degli Stati Uniti settentrionali. Diversamente da altri ghiacciai, questa non scivola sulla roccia: si espande congelandosi direttamente sul substrato, inglobando al suo interno la vegetazione che cresceva quando il ghiaccio era più ridotto. Quando, intorno al 1960, ha iniziato a ritirarsi, ha riportato alla luce quelle piante sepolte da secoli.
Analizzando i campioni con il metodo del carbonio-14, i ricercatori hanno ricostruito la cronologia dell’avanzata glaciale. I dati mostrano che la calotta aveva raggiunto le dimensioni minime circa 3.600 anni fa, per poi riprendere a crescere lentamente. L’espansione è durata quasi due millenni, fino al picco raggiunto intorno al 1960. Da quel momento, però, il bilancio si è ribaltato: le estati sempre più calde hanno fatto sì che il ghiaccio perso in estate superasse quello accumulato in inverno.
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Un equilibrio rotto
«Era appena agli inizi, tutto procedeva normalmente», spiega Nicolás Young, geochimico della Columbia University. «La prossima glaciazione stava per avviarsi, eppure si è fermata». Il punto di svolta del 1961, con un’estate tra le più calde del secolo, non è stato un caso isolato. Dal decennio successivo, le temperature estive in Canada sono salite di circa 2,1 gradi rispetto ai valori di riferimento, con il Nord che si riscalda a un ritmo triplo rispetto alla media globale. Questo ha invertito un processo che, secondo i modelli climatici tradizionali, avrebbe richiesto migliaia di anni.
Dati che cambiano le previsioni
Fino a oggi, gli scienziati ritenevano che l’inizio di una nuova era glaciale fosse un fenomeno lento, legato a cicli naturali che si sviluppavano su scale temporali di decine di migliaia di anni. Lo studio pubblicato su Science dimostra invece che il fenomeno può essere rilevabile già nei primi segnali di ripresa di una calotta glaciale, come quella di Barnes. La ricerca conferma, inoltre, che le emissioni di gas serra hanno alterato un meccanismo che, in assenza di interferenze umane, avrebbe potuto innescare un raffreddamento progressivo del pianeta.
Non si tratta di una scoperta che annulla il riscaldamento globale, ma di un dato concreto: il cambiamento climato antropico ha interrotto un processo naturale, dimostrando quanto l’azione umana possa incidere su dinamiche che, fino a ieri, sembravano incontrollabili.
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La prossima tappa
Lo studio, guidato da Young insieme a colleghi dell’Università del Colorado e del Lamont-Doherty Earth Observatory, è stato presentato durante il convegno annuale dell’American Geophysical Union. I dati raccolti saranno ora integrati con ulteriori analisi su altre calotte glaciali della regione, per confermare la portata dell’interruzione e le sue implicazioni a lungo termine.