HOT•NEWS Il mondo. Adesso.

Unifor e Stellantis al tavolo per il rinnovo contrattuale con l'ombra dei dazi USA

Al via l'ultimo round con le Big Three: scadenza 11 settembre, nodo stabilimento Brampton e minaccia dazi USA al 50%. Già ratificati gli accordi Ford e GM.

Linea di assemblaggio in uno stabilimento automobilistico canadese

Unifor e Stellantis hanno aperto martedì i negoziati per il rinnovo del contratto collettivo, l'ultimo dei tre round che il sindacato conduce con le major di Detroit presenti in Canada — Ford, General Motors e, appunto, Stellantis. La scadenza per chiudere l'accordo è l'11 settembre.

Il contesto è tra i più tesi degli ultimi anni. La presidente nazionale Lana Payne non l'ha nascosto in conferenza stampa: «Ci aspettiamo che questo sia il negoziato più difficile e impegnativo di sempre, forse in assoluto». Sul tavolo pesano due incognite maggiori: la sorte dello stabilimento di assemblaggio di Brampton, in Ontario, e l'escalation protezionistica degli Stati Uniti.

L'impianto è fermo dal 2023. Previsto per la riconversione alla produzione della Jeep Compass — lavori avviati all'inizio del 2024 e interrotti nei primi mesi del 2025 — ha visto quel modello dirottato negli Stati Uniti, mossa che Unifor considera una violazione dell'accordo in vigore. Lo scorso mese il sindacato ha ricevuto comunicazioni informali su una possibile chiusura e vendita dello stabilimento, senza però la notifica formale scritta che il contratto richiederebbe. «Quella produzione non avrebbe mai dovuto lasciare Brampton», ha tagliato corto Payne. «Stellantis ha molto lavoro da fare per ricostruire il rapporto con i nostri iscritti e con i canadesi: si parte dal rimettere al lavoro quelle persone, non dalla chiusura o dalla vendita».

Dal canto suo, Trevor Longley, presidente e ad di Stellantis Canada, ha definito il confronto «un processo estremamente importante per il nostro futuro». Ha ricordato gli oltre 8 miliardi di dollari investiti nelle operazioni canadesi dal 2022, inclusi gli sviluppi sulla produzione di batterie in Ontario, ribadendo che il Canada «resta un mercato strategico e lo sarà anche in futuro». Si dice fiducioso su un esito «equo, responsabile e sostenibile».

Fuori dalla stanza, però, la guerra commerciale incalza. Il 25% di dazio sui veicoli non conformi al CUSMA è già in vigore; Donald Trump ha minacciato su Truth Social di portarli al 50% su auto, ricambi e acciaio canadesi a partire dal 1° gennaio. Payne ha risposto senza giri di parole: una tariffa del 50% «chiuderebbe l'intera industria nordamericana dell'auto nel giro di una settimana o dieci giorni». Per il sindacato l'unica risposta possibile è «spingere indietro».

Larry Savage, docente di studi sul lavoro all'Università Brock, legge la partita su due livelli: «Al tavolo si combatte per mantenere la produzione in Canada e replicare il pattern agreement; a Ottawa si preme perché il governo non accetti accordi commerciali che ucciderebbero il settore».

Intanto il pattern ha già preso forma: domenica i membri Unifor in GM hanno ratificato i nuovi contratti triennali con larghe maggioranze — 80,5% a Oshawa, St. Catharines e Woodstock, 96,5% a Ingersoll. Gli aumenti portano il salario orario base a 50,20 dollari canadesi e quello degli specializzati a 62,71, in linea con il 3% annuo strappato a Ford, che aveva aperto la tornata.

Ti è stato utile questo articolo?
Approfondimenti

Temi citati nell’articolo

↑