Anche i batteri possono estinguersi e la loro perdita potrebbe avere conseguenze profonde sugli ecosistemi globali. Lo afferma un gruppo internazionale di ricerca coordinato da Cinzia Corinaldesi e Roberto Danovaro dell'Università Politecnica delle Marche, in un articolo pubblicato su Nature Microbiology.
Il lavoro interviene in un dibattito scientifico sempre più attuale: se la conservazione della biodiversità ha finora riguardato soprattutto piante e animali, ora si chiede di estendere la stessa attenzione ai microrganismi, troppo spesso trascurati nonostante il loro ruolo fondamentale nel pianeta.
I microbi trasformano la materia, riciclano nutrienti, partecipano ai cicli biogeochimici e sostengono la vita di piante e animali. Alterare un habitat significa quindi modificare anche le comunità microbiche che lo abitano, con effetti che possono propagarsi lungo tutta la catena ecologica.
Tuttavia, proteggere un batterio non è come salvare un panda. Nel mondo microbico, contare gli individui o misurare la riduzione dell'areale è estremamente difficile: alcuni organismi possono sopravvivere per secoli in forme dormienti, altri esistono in quantità così basse da sfuggire ai campionamenti tradizionali.
Per questo gli autori insistono su una distinzione cruciale: conservare un ceppo microbico in una biobanca non equivale a preservarne la funzione ecologica. Un microrganismo isolato e conservato fuori dal suo ambiente potrebbe perdere le interazioni che ne definiscono il ruolo nel terreno, nell'acqua o nel suolo.
Salvare il materiale genetico non basta se poi, una volta reinserito in natura, il microbo non riesce a riprendere il suo posto nella rete di relazioni che lo caratterizzava. Le condizioni ambientali potrebbero essere cambiate, altre specie potrebbero aver preso il suo posto, o la comunità nel frattempo potrebbe essersi trasformata.
Da qui la proposta di spostare l'attenzione dalla semplice conservazione in laboratorio alla tutela diretta degli habitat in cui i microrganismi vivono e agiscono. In particolare, gli autori suggeriscono di proteggere gli ambienti costruiti dagli stessi microbi, come le 'scogliere microbiche' degli stromatoliti e le rocce carbonatiche autigeniche formate dal consumo di metano.
Queste strutture, nate dall'attività di comunità microbiche nel corso di millenni, non sono semplici rocce: sono veri hotspot di biodiversità che offrono rifugio, superfici di attaccamento e risorse a numerose altre specie, dai piccoli invertebrati ai pesci.
Riconoscere questi habitat come oggetto di conservazione significherebbe ampliare lo sguardo delle strategie attuali, in linea con l'obiettivo internazionale di tutelare almeno il 30% delle aree terrestri e marine entro il 2030. Proteggere gli ambienti microbici non è solo un atto di riguardo verso gli invisibili: è un modo per mantenere funzionanti gli ecosistemi da cui dipendono anche la salute umana e le attività economiche.
La scienza sta ancora affinando gli strumenti per valutare il rischio di estinzione di una specie microbica, ma il principio che emerge è chiaro: la biodiversità invisibile va difesa non congelandola in provetta, ma mantenendo intatti i mondi in cui essa vive, trasforma e sostiene la vita.