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Il Monviso cambia volto: ghiacciai in ritirata e pareti instabili

Il Monviso soffre la crisi climatica: il ghiacciaio Coolidge si ritira, il permafrost cede e il Po registra deficit idrici. Cosa sta succedendo sulle Alpi.

Il massiccio del Monviso visto dalle Alpi Cozie

Il Monviso, da sempre icona di solidità nelle Alpi Cozie, sta mostrando segni di una fragilità crescente. Durante la tappa piemontese della Carovana dei ghiacciai, i tecnici di Arpa Piemonte e i guardiaparco hanno tracciato un bilancio che va oltre la semplice osservazione meteorologica, parlando apertamente di una crisi climatica che sta ridisegnando l'architettura stessa della montagna.

Il caso più evidente è quello del ghiacciaio Coolidge. Quella che un tempo era una massa glaciale compatta è ormai ridotta a un glacionevato, frammentato in due placche distinte e in gran parte sepolto sotto detriti rocciosi. Non si tratta solo di una perdita estetica: il ritiro dei ghiacci altera i ritmi naturali di accumulo e rilascio delle acque, con ripercussioni dirette sulla stabilità dei versanti.

A complicare il quadro c'è il degrado del permafrost, il ghiaccio che funge da collante per le rocce in alta quota. Con l'aumento delle temperature, la struttura interna delle pareti perde coesione, rendendo i crolli un fenomeno sempre più frequente. Il cedimento registrato il primo settembre sulla parete nord-est si inserisce in una scia di eventi che impone a escursionisti e alpinisti una nuova consapevolezza: la montagna che abbiamo conosciuto sta cambiando e richiede prudenza.

La crisi non si ferma alle vette. Ai piedi del massiccio, il Po riflette la sofferenza del suo bacino idrografico. I dati stagionali confermano deficit di portata significativi, legati a una fusione anticipata delle nevi e a un ciclo idrologico ormai alterato. La salute del grande fiume, vitale per l'agricoltura e le attività produttive, è strettamente legata a ciò che accade sopra i tremila metri.

Di fronte a questo scenario, la ricerca si concentra ora sui rock glacier, formazioni detritiche che potrebbero agire come riserve idriche strategiche. L'invito degli esperti è quello di superare la logica dell'emergenza episodica, puntando su un monitoraggio costante e su politiche di adattamento che sappiano guardare alla montagna non come a un mondo isolato, ma come a un elemento centrale per la sicurezza e la stabilità dell'intero territorio.

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