Nel febbraio del 2003, mentre la tensione internazionale cresceva in vista dell'invasione dell'Iraq guidata dagli Stati Uniti, il governo canadese stava valutando concretamente la possibilità di un contributo militare. Secondo i verbali delle riunioni di gabinetto dell'epoca, l'esecutivo guidato da Jean Chrétien aveva predisposto piani per l'invio di navi da guerra nel Golfo Persico, subordinando però tale partecipazione a una risoluzione formale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
All'epoca, il ministro della Difesa John McCallum aveva chiarito ai colleghi che, a causa dei significativi impegni delle forze armate canadesi in Afghanistan, non sarebbe stato possibile dispiegare truppe di terra. Tuttavia, le navi già presenti nell'area per operazioni di contrasto al terrorismo e al contrabbando avrebbero potuto essere riassegnate per supportare le manovre navali della coalizione, qualora il quadro diplomatico avesse legittimato l'intervento.
La posizione del Canada rifletteva un delicato equilibrio politico. Mentre il governo cercava di mediare tra le diverse posizioni all'interno del Consiglio di Sicurezza per evitare un'azione unilaterale, il primo ministro Chrétien manteneva una linea prudente, richiedendo prove certe sul possesso di armi di distruzione di massa da parte del regime di Saddam Hussein. La decisione definitiva di non unirsi alla coalizione fu annunciata ufficialmente il 17 marzo 2003, pochi giorni prima dell'inizio delle ostilità.
Gli archivi rivelano anche un dibattito interno tra i ministri, che riflettevano sulle implicazioni etiche della guerra e sui rischi di distogliere risorse dall'Afghanistan. La scelta finale di non partecipare fu vista come un'affermazione di sovranità nazionale, sebbene all'epoca avesse sollevato forti preoccupazioni nel mondo imprenditoriale canadese per le possibili ripercussioni sulle relazioni diplomatiche ed economiche con Washington.