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Pamela Anderson: il peso psicologico e la lotta contro l'epatite C

Pamela Anderson ripercorre la diagnosi di epatite C ricevuta negli anni Novanta, il percorso di guarigione e il superamento del trauma psicologico.

Pamela Anderson durante un evento pubblico

Durante il gala amfAR di Venezia, Pamela Anderson ha riaperto una pagina dolorosa del suo passato. Insignita dell'Award of Courage, l'attrice ha raccontato la diagnosi di epatite C ricevuta alla fine degli anni Novanta, un'epoca in cui la medicina non offriva ancora cure risolutive. All'epoca, i medici le prospettarono un'aspettativa di vita di appena dieci anni, una notizia che lei stessa ha definito come una vera e propria sentenza di morte.

Il contagio, secondo quanto riferito dall'attrice, sarebbe avvenuto durante il matrimonio con l'ex marito Tommy Lee, tra il 1995 e il 1998, a causa della condivisione di un ago per un tatuaggio. Anderson ha spiegato che, in quel frangente, la preoccupazione principale non riguardava tanto la propria sorte, quanto il futuro dei figli, Brandon Thomas e Dylan Jagger, che allora erano ancora piccoli.

La guarigione è arrivata solo molti anni dopo, con l'approvazione di nuovi protocolli farmacologici a partire dal 2011, che le hanno permesso di dichiararsi guarita nel 2015. Un percorso, quello terapeutico, che ha richiesto un impegno economico ingente, arrivando a intaccare pesantemente i suoi risparmi.

Oltre alla battaglia clinica, l'attrice ha dovuto fare i conti con un profondo senso di colpa e vergogna, un fardello psicologico che ha paragonato agli abusi subiti durante l'infanzia. Nonostante le ferite emotive, Anderson respinge con fermezza l'etichetta di vittima, preferendo rivendicare la propria forza e la capacità di aver saputo superare le avversità senza rassegnarsi a un ruolo di fragilità.

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