Giovanni Brusca, ex boss di Cosa Nostra e oggi collaboratore di giustizia, ha reso testimonianza nel processo in corso a Firenze contro Salvatore Baiardo, ex gelataio di Omegna imputato di calunnia nei confronti del giornalista Massimo Giletti. Collegato in video da una località protetta, Brusca ha ricostruito i presunti legami tra la mafia e la politica negli anni successivi alle stragi di Capaci e via D'Amelio.
Secondo il suo racconto, dopo gli attentati del 1992 e del 1993, nelle discussioni interne a Cosa Nostra si era ipotizzato di usare le bombe come strumento politico, facendo apparire la sinistra come responsabile. L'obiettivo dichiarato era agevolare l'ingresso in politica di Silvio Berlusconi, che in quel periodo si stava avvicinando al mondo delle istituzioni, intorno al 1994.
Per avvicinare Berlusconi, Cosa Nostra avrebbe coinvolto Vittorio Mangano, lo storico stalliere di Arcole già noto per i suoi legami con ambienti mafiosi. Brusca ha detto che Mangano avrebbe avuto un contatto diretto con Berlusconi, forse tramite Marcello Dell'Utri o altri canali, e avrebbe riferito che il futuro presidente del Consiglio aveva ringraziato e promesso aiuto in cambio della mancata escalation della violenza.
Tuttavia, Brusca ha aggiunto che, se Berlusconi non avesse collaborato, la mafia era pronta a tornare alle bombe: «Gli mandammo una minaccia velata, se non ci avesse dato una mano avremmo messo altre bombe». Questa affermazione indica una strategia di pressione politica basata sulla paura, oltre che sulle lusinghe.
Brusca ha anche parlato di un progetto politico alternativo sostenuto da alcuni boss: la costituzione di un partito chiamato «Sicilia Libera», intorno al 1993-94, cui aveva inizialmente aderito ma poi abbandonato dopo aver ricevuto informazioni negative da due suoi emissari. Ha inoltre detto che Giuseppe Graviano aveva fatto parte iniziale di questo progetto, prima che i rapporti si interrompessero.
Un altro passaggio della testimonianza ha riguardato un presunto orologio da 500 milioni di lire visto al polso di Berlusconi da Giuseppe Graviano, secondo quanto riferito da Matteo Messina Denaro durante una partita a poker dopo l'arresto di Leoluca Bagarella nel 1995. Brusca, dichiarandosi appassionato di orologi, ha detto di aver trovato credibile il racconto, nato da una conversazione informale sui propri oggetti personali.
Sulla latitanza dei fratelli Graviano dopo la strage di Borsellino, Brusca ha detto di non averli più visto dopo Capaci, ma di aver appreso da Messina Denaro che si erano trasferiti al nord, dove avrebbero vissuto «la bella vita» in ville affittate, ospitando persino lo stesso Messina Denaro. Ha anche cercato di rintracciare un altro boss, Balduccio Di Maggio, in zona Borgomanero, grazie alla segnalazione di un gelataio locale, figura che ha poi collegato indirettamente a Salvatore Baiardo.
Infine, Brusca ha negato conoscenza diretta di presunti pagamenti del pizzo da parte delle imprese di Berlusconi, pur affermando genericamente che «Berlusconi, con le sue imprese, pagava il pizzo», senza specificare dettagli o riferimenti precisi come la Standa di Brancaccio.