Gabriele Salvatores, regista premio Oscar per Mediterraneo nel 1992, è intervenuto all’iniziativa ‘Che Spettacolo!’, promossa dal Corriere della Sera e dall’Ente dello Spettacolo, nel contesto della Mostra del Cinema di Venezia. Durante l’incontro, ha espresso una posizione articolata sull’uso dell’intelligenza artificiale nel cinema, riconoscendo alcune opportunità ma ponendo limiti chiari.
Il regista ha spiegato di aver inizialmente provato diffidenza verso i cortometraggi realizzati con l’AI, presentati al Reply AI Film Festival di cui era presidente di giuria. Tuttavia, ha detto di essersi ricreduto in parte dopo aver visto che i lavori, nonostante l’uso di tecnologia avanzata, partivano da idee umane, talvolta poetiche o filosofiche. Questo aspetto lo ha rassicurato.
Ha poi sottolineato le differenze di tempo e risorse tra un corto prodotto con l’AI e un film tradizionale: mentre i primi possono costare tra i 3.000 e i 20.000 euro e essere realizzati in due mesi, un film richiede almeno un anno e molto di più in termini di impegno. Secondo Salvatores, il tempo necessario per creare un’opera d’arte è fondamentale e non va compresso.
La sua preoccupazione maggiore riguarda l’invasione della tecnologia nella sfera personale e creativa: «Non vorrei che queste tecnologie ci invadessero l’anima e la testa con miliardi di immagini». Pur riconoscendo un aspetto di democratizzazione nell’accesso al cinema grazie all’AI, ha espresso dubbi sul fatto che questo rappresenti davvero il futuro del cinema.
Su un punto, però, è stato categorico: non utilizzerà mai attori virtuali. Ha spiegato che preferisce collaborare con attori che siano anche creatori, capaci di trasformare il lavoro, citando Miles Davis e la sua scelta di John Coltrane come esempio di ricerca di qualcuno che cambi la musica, non semplicemente la esegua.
Salvatores ha anche parlato del suo prossimo progetto, impegnato sul set triestino di un film tratto dal romanzo ‘La variante di Lüneburg’ di Paolo Maurensig. Lo ha descritto come un giallo in cui il gioco degli scacchi diventa metafora di un confronto psicologico profondo tra una vittima ebrea del nazismo e un ex ufficiale delle SS. Ha definito gli scacchi «lo sport più violento che esista dal punto di vista psicologico», ricordando le parole di Bobby Fischer secondo cui è una guerra volta alla distruzione della mente dell’avversario.
Infine, ha condiviso alcuni dettagli personali: suona la chitarra, gioca a scacchi sebbene non benissimo, e da ragazzo sognava di diventare una rock star, un sogno che ha dovuto «accontentarsi» di vedere realizzarsi attraverso il Premio Oscar.