La Corte dei Conti ha trasmesso alle Camere il «Referto sulla gestione territoriale della prevenzione, mitigazione e contrasto del dissesto idrogeologico»: 276 pagine che per la prima volta sovrappongono la geografia del rischio — elaborata con Ispra e la piattaforma IdroGEO — all'avanzamento fisico e finanziario dei cantieri, rilevato attraverso ReNDiS e BDAP-MOP. Il quadro che ne esce è impietoso: le risorse sono cresciute, ma la macchina pubblica fatica a trasformarle in opere finite.
Nel Repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo risultano censiti 28.276 interventi o lotti. Solo il 27 per cento risulta concluso; il 32 per cento non è ancora partito o non è monitorato, e per un altro 27 per cento la tipologia di dissesto non è nemmeno definita. La distribuzione geografica vede il Nord assorbire il 46 per cento dei progetti e il 40 per cento dei finanziamenti (Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna in testa), seguito dal Sud con il 31 per cento delle risorse, dal Centro con il 16 e dalle Isole con il 13.
L'incrocio con la banca dati BDAP-MOP restringe il campo a 5.463 interventi per 3,174 miliardi di euro. I pagamenti effettivi si fermano a 1,312 miliardi, il 41,3 per cento del totale. Nelle due voci centrali della prevenzione il ritardo è ancora più netto: su 1,138 miliardi per il rischio alluvioni l'avanzamento finanziario è al 38,6 per cento, su 788 milioni per le frane al 40,1 per cento. Insieme pesano oltre il 60 per cento delle risorse analizzate.
Leggi anche: Lisciano Niccone, mensa nuova per la scuola dell'infanzia: 350mila euro tra Pnrr e fondi propri
Anche il Pnrr mostra lo scollamento tra impegni e cassa: 1.350 progetti per 1,9 miliardi, impegni al 79 per cento ma pagamenti reali alle imprese al 44 per cento. Il Mezzogiorno raccoglie poco meno del 44 per cento dei progetti ma oltre il 58 per cento del valore, sopra 1,3 miliardi; gli enti attuatori hanno anticipato 298 milioni di fondi propri.
La mappa del rischio conferma che oltre la metà dei Comuni italiani convive con pericolosità idraulica e da frana, sovrapposte soprattutto al Centro e al Sud. La Corte avverte però che non basta la pericolosità: per decidere dove investire serve l'esposizione, cioè la presenza di popolazione, edifici, imprese e beni culturali nelle aree a rischio.
Il nodo istituzionale è altrettanto critico. La competenza è frammentata tra Ministero dell'Ambiente, Interno, Agricoltura, Regioni, Presidenti-commissari, Autorità di bacino, enti locali, Conferenze Stato-Regioni e Stato-Città. Ogni soggetto ha poteri autonomi, gli strumenti di coordinamento non riescono a imporre un percorso unitario. A questo si aggiunge la carenza di personale tecnico qualificato negli enti territoriali, che rallenta la progettazione e la cantierabilità.
Leggi anche: Meglio fare 7.000 o 10.000 passi? Il numero che protegge davvero il cuore
Il susseguirsi delle emergenze rompe il ciclo ordinario di programmazione: l'urgenza sostituisce la pianificazione e dirotta le risorse sugli interventi post-evento, alimentando un circolo vizioso. La Corte indica la via d'uscita: rafforzare il coordinamento, semplificare le decisioni, potenziare le competenze tecniche, rendere interoperabili le banche dati. E aprire i cantieri seguendo la priorità del rischio — esposizione di persone, attività e patrimonio — non la sola pericolosità del territorio.