Quando un paziente viene sottoposto ad angioplastica, la domanda più frequente riguarda l'effettiva riuscita dell'intervento: lo stent si è espanso correttamente? Sebbene la coronarografia tradizionale, basata su raggi X e mezzo di contrasto, resti il punto di riferimento per visualizzare il flusso sanguigno, essa non sempre offre una mappatura dettagliata della parete arteriosa. In presenza di calcificazioni severe, che interessano circa il 20-30% dei pazienti, il vaso può opporre resistenza, impedendo alla rete metallica di aderire perfettamente al tessuto.
Per superare queste criticità, la cardiologia interventistica si affida sempre più all'imaging intravascolare. Tecniche come l'ecografia intravascolare (IVUS), che utilizza gli ultrasuoni, e la tomografia a coerenza ottica (OCT), basata sulla luce, permettono di scrutare l'interno della coronaria. Questi strumenti non servono solo a verificare il risultato finale, ma guidano il chirurgo nella fase preparatoria, aiutandolo a scegliere la strategia migliore per trattare il calcio, ad esempio tramite litotrissia o aterectomia, e a selezionare le dimensioni ideali dello stent.
L'efficacia di questo approccio è supportata da dati recenti. Un'analisi dello studio ILUMIEN IV, pubblicata nel 2025 sull'European Heart Journal, ha evidenziato che, in casi di lesioni calcificate, l'impiego dell'OCT è associato a una maggiore espansione dello stent. A due anni dall'intervento, i pazienti trattati con il supporto di questa tecnologia hanno mostrato un'incidenza di eventi avversi – come infarti o necessità di nuovi interventi – pari al 6,8%, a fronte del 9,7% registrato con la sola guida angiografica.
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Nonostante le evidenze, l'adozione di queste tecnologie in Italia resta limitata. Secondo i dati GISE relativi al 2025, su oltre 160mila angioplastiche, solo una piccola parte ha beneficiato di IVUS o OCT. Il presidente della Società Italiana di Cardiologia Interventistica, Alfredo Marchese, sottolinea come i costi rappresentino un freno alla diffusione di queste metodiche, auspicando un aggiornamento delle tariffe sanitarie. Resta inteso che l'imaging non è un automatismo, ma uno strumento da integrare nella pratica clinica laddove la complessità anatomica lo richieda.