Dal 1° gennaio 2027 le pensioni italiane verranno adeguate in base all’inflazione. Le prime simulazioni, basate su un indice previsto di 2,9 %, indicano un incremento medio di quasi il 3 % sull’assegno lordo. L’importo effettivo dipenderà dal trattamento minimo, che per il 2026 è di 611,85 € mensili, e dalle percentuali di rivalutazione previste per ciascuna fascia di pensione.
Attualmente il calcolo avviene per scaglioni: 100 % fino a quattro volte il minimo, 90 % tra quattro e cinque volte, 75 % oltre cinque volte. La bozza della manovra 2027 propone di passare a un sistema per fasce, con percentuali più ridotte su quote più alte: 60 % tra cinque e sei volte, 50 % tra sei e otto, 40 % tra otto e dieci, 35 % oltre dieci volte il minimo. Con questo schema, una pensione di 3.000 € lordi potrebbe vedere l’aumento ridotto a circa 88 € mensili, rispetto a 120 € con il sistema attuale.
Il cambiamento potrebbe interessare soprattutto i pensionati medio‑alti, per i quali le simulazioni indicano una perdita di oltre 1.300 € lordi all’anno rispetto al meccanismo attuale. Per le pensioni più basse, la differenza sarebbe minore o nulla.
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Nel contempo, la proposta di pensione anticipata a 64 anni, approvata con un fondo di 850 milioni di euro, potrebbe richiedere un taglio della rivalutazione per coprire i costi. Il governo, con risorse limitate, pensa di ridurre la spesa per le pensioni all’inflazione, che nel 2026 è stata al 4,2 %. Un taglio medio del 10 % sulla rivalutazione potrebbe limitare l’aumento per i nuovi pensionati anticipati.
In sintesi, mentre la maggior parte dei pensionati vedrà un incremento di circa il 3 %, le categorie più elevate e i nuovi pensionati anticipati potrebbero subire riduzioni più marcate. L’ammontare finale sarà definito dal decreto sull’indicizzazione, previsto per l’inizio del 2027.