Oggi, 3 novembre, gli Stati Uniti si recano alle urne per le elezioni di metà mandato, un appuntamento che misura il consenso di Donald Trump e stabilisce il margine di manovra della Casa Bianca nei due anni successivi. In palio ci sono i 435 seggi della Camera dei rappresentanti, 35 dei 100 del Senato e i governatori di 36 Stati. Il sistema elettorale frammentato, con procedure diverse per ogni Stato, rende i risultati incerti e potrebbero volerci giorni, se non settimane, per avere una fotografia completa.
Un voto in un clima di sfiducia senza precedenti: le elezioni di metà mandato si svolgono con il tasso di gradimento più basso mai registrato per un presidente in carica. Secondo gli ultimi dati, il 60% degli elettori disapprova l'operato di Donald Trump, mentre l'inflazione e il costo della vita dominano le preoccupazioni degli americani. Nonostante ciò, i democratici partono in vantaggio nei sondaggi, con un margine di sette punti rispetto ai repubblicani, secondo le previsioni più affidabili. Gli exit poll e le prime indicazioni suggeriscono una possibile vittoria democratica alla Camera dei rappresentanti, con oltre il 95% di probabilità secondo gli algoritmi statistici, mentre il Senato resta in bilico.
I democratici puntano a riconquistare la maggioranza alla Camera, che consentirebbe indagini approfondite su questioni sensibili come le politiche migratorie, i conflitti di interesse della famiglia Trump e le operazioni militari. Inoltre, una maggioranza democratica potrebbe facilitare l'avvio di un nuovo processo di impeachment, se necessario. Trump, invece, ha trasformato queste elezioni in un referendum sul suo operato e sulla sua coalizione, il movimento MAGA. Nel suo ultimo discorso, tenuto davanti al Lincoln Memorial, ha evitato di affrontare temi centrali come l'inflazione o la guerra in Medio Oriente, concentrandosi invece sui presunti successi della sua amministrazione, come il record di occupati e la riduzione della povertà. Ha anche lasciato intendere che, in caso di vittoria democratica, potrebbe ricorrere massicciamente al veto presidenziale per limitare l'operato del Congresso.
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La strategia di Trump per contrastare il trend sfavorevole include anche una serie di mosse diplomatiche, come il riavvio del dialogo con l'Iran, che ha contribuito a stabilizzare i prezzi del petrolio, pur senza risolvere le tensioni nella regione. Tuttavia, all'interno del Partito Repubblicano si acuiscono le divisioni tra la base più radicale, ancora fedele a Trump, e i membri più moderati, delusi dalle promesse disattese, come la gestione della guerra in Medio Oriente e gli effetti economici delle sue politiche.
Le prime indicazioni arrivano nella notte tra martedì e mercoledì: i primi seggi chiudono in Indiana e Kentucky, con i primi risultati attesi poco dopo la mezzanotte italiana. L'attenzione si concentrerà sugli Stati chiave come Ohio, Georgia, Virginia e North Carolina, dove si giocano alcune delle sfide più decisive per il Senato e per il controllo del Congresso. Gli exit poll inizieranno a diffondersi intorno alle 23, ma per avere una fotografia completa dei risultati, soprattutto per gli Stati più contesi come Arizona, California e Maine, potrebbero essere necessari giorni.
Le decisioni del Congresso avranno ripercussioni anche sulla politica estera, dagli aiuti all'Ucraina alle relazioni con Cina e Russia, passando per l'alleanza con Israele e il rischio di una nuova escalation con Teheran. La Cina, in particolare, sta sfruttando le divisioni interne americane per rafforzare la propria posizione economica, mentre la Russia potrebbe vedere modificarsi il proprio margine di manovra in Europa.
Trump ha concluso la campagna elettorale con un appello agli elettori a votare per «impedire ai comunisti e agli estremisti di prendere il controllo degli Stati Uniti», ribadendo la centralità del suo ruolo nel partito. Nonostante la mobilitazione repubblicana, i democratici hanno risposto con una campagna che ha visto l'intervento di figure come Barack Obama, che ha rilanciato lo slogan «Non fischiate: votate». La mobilitazione dei candidati simbolo, tra cui un seminarista in Texas e un medico musulmano in Michigan, sottolinea la diversità e la forza del fronte democratico.