Sepsi
La sepsi è una disfunzione d'organo causata da una risposta disregolata dell'organismo a un'infezione. Nota anche come setticemia o shock settico, rappresenta un'emergenza sanitaria critica con un'incidenza superiore a quella di infarto e ictus.

In vista della Giornata mondiale della sepsi del 13 settembre, il mondo sanitario chiede di uniformare i protocolli nazionali e di inserire la patologia tra le reti tempo-dipendenti per colmare le attuali lacune assistenziali e territoriali.
La storia in breve
Definizione e impatto clinico
La sepsi è definita come una disfunzione d'organo potenzialmente letale, scatenata da una reazione anomala e disregolata del corpo umano a un'infezione in corso. Conosciuta anche con i termini di setticemia o shock settico, questa condizione rappresenta una sfida clinica di primo piano. In Italia, l'incidenza della patologia è particolarmente elevata, con circa 250.000 nuovi casi registrati ogni anno, superando per frequenza patologie cardiovascolari comuni come l'infarto del miocardio e l'ictus cerebrale.
La criticità del fattore tempo
Nello shock settico, la forma più severa della malattia, il fattore tempo gioca un ruolo determinante per la sopravvivenza del paziente. Ogni ora di ritardo nella somministrazione della terapia mirata comporta una riduzione delle probabilità di esito positivo stimata tra il 7% e l'8%. La ricerca scientifica continua a esplorare nuovi strumenti diagnostici per migliorare la tempestività dell'intervento, come l'identificazione di specifiche proteine nel sangue in grado di anticipare il danno renale, agendo come spie precoci del coinvolgimento endoteliale.
La sindrome post-sepsi e la continuità assistenziale
Il percorso di cura non si esaurisce con la risoluzione della fase acuta. Circa la metà dei sopravvissuti deve confrontarsi con la cosiddetta sindrome post-sepsi, caratterizzata da deficit cognitivi, disturbi della salute mentale e una marcata fragilità fisica. La situazione è particolarmente critica per i pazienti anziani, tra i quali un terzo non sopravvive oltre i dodici mesi successivi alle dimissioni ospedaliere. Nonostante la gravità di tali esiti, l'organizzazione del sistema sanitario presenta lacune significative: quasi tre quarti degli ospedali non prevedono percorsi di follow-up strutturati, lasciando oltre il 38% dei pazienti privi di una figura professionale di riferimento.
Disomogeneità territoriale e protocolli
L'indagine condotta da Cittadinanzattiva evidenzia una frammentazione organizzativa preoccupante. Oltre il 70% delle strutture ospedaliere segnala difficoltà nel coordinamento tra i reparti, mentre una quota rilevante di professionisti denuncia l'assenza di protocolli aziendali specifici. Esiste inoltre un marcato divario territoriale: se al Nord l'84,6% delle strutture dichiara di possedere un protocollo dedicato, la percentuale scende al 63,6% al Centro, fino a toccare il 42,9% nel Sud e nelle Isole. Per rispondere a queste criticità, il mondo sanitario auspica l'inserimento della sepsi e dello shock settico tra le reti tempo-dipendenti nazionali, al fine di garantire standard assistenziali uniformi su tutto il territorio nazionale.
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