I medici devono avviare l’antibioticoterapia senza perdere tempo, ma spesso non hanno ancora identificato il responsabile dell’infezione. Un trial randomizzato condotto su 1.373 adulti con sospetta sepsi in 14 ospedali ha testato una soluzione alternativa: l’uso della droplet digital PCR (ddPCR) accanto alla diagnostica standard. Lo studio, pubblicato su Nature Communications il 20 agosto 2026, ha confrontato il percorso tradizionale con un approccio che ha integrato la ddPCR.
La ddPCR ha individuato un patogeno nel 54,1% dei pazienti, contro il 21,6% del percorso standard. Inoltre, il tempo medio necessario per ottenere una risposta è stato di circa 6,6 ore, rispetto ai circa cinque giorni della coltura tradizionale. Questa accelerazione permette al medico di passare più rapidamente da una terapia antibiotica empirica a una copertura mirata.
Gli aggiustamenti terapeutici basati sulla diagnosi precoce sono stati eseguiti nel 12,91% dei pazienti trattati con ddPCR, rispetto al 6,1% dei pazienti gestiti con il solo metodo standard. Tuttavia, lo studio non ha dimostrato una riduzione significativa della mortalità a 28 o 90 giorni nel confronto complessivo dei gruppi, anche se tra i pazienti con sepsi effettivamente presente una copertura antimicrobica adeguata entro i primi tre giorni è risultata associata a una migliore sopravvivenza.
La ddPCR ha inoltre consentito di misurare il carico di DNA microbico circolante: livelli elevati all’ingresso sono stati collegati a un rischio più alto di decesso entro 28 giorni, suggerendo che il test potrebbe non solo identificare il microrganismo ma anche monitorarne la persistenza durante la terapia.
Non si tratta di una tecnologia sostituiva, ma di uno strumento complementare. La coltura tradizionale rimane fondamentale per confermare i risultati e determinare la sensibilità agli antibiotici. L’obiettivo è fornire al medico informazioni più rapide e precise, evitando attese pericolose nella gestione della sepsi.