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Nepal, un anno dopo le proteste della Generazione Z: il bilancio tra traumi e ricerca di giustizia

A un anno dalle proteste in Nepal del settembre 2025, i sopravvissuti raccontano le cicatrici fisiche e la difficile ricerca di giustizia contro la

Manifestazione di protesta in Nepal

L'8 settembre 2026 il Nepal ha osservato la prima Giornata dei Martiri della Generazione Z, istituendo una festività nazionale a un anno esatto dalle imponenti proteste che hanno segnato il Paese. Nel settembre 2025, il malcontento popolare, innescato inizialmente dal blocco dei social media, si era trasformato in un moto di piazza spontaneo contro la corruzione, lo spreco di fondi pubblici e l'opulenza delle élite politiche.

Le manifestazioni, che videro protagonisti soprattutto studenti e giovani, degenerarono rapidamente in scontri violenti con le forze dell'ordine. Il bilancio di quella giornata fu drammatico: 19 morti e centinaia di feriti, molti dei quali ancora oggi alle prese con le conseguenze fisiche e psicologiche di quanto accaduto. Tra loro, Liza Adhikari, colpita da un proiettile nei pressi del Parlamento, ha dovuto affrontare lunghi percorsi di cura all'estero per tentare di recuperare la funzionalità del braccio, segnata da un trauma che ha interrotto bruscamente il suo percorso universitario.

Anche nelle province la situazione non fu diversa. Shantanu Dhakal, studente diciottenne, è rimasto gravemente ferito durante un corteo a Itahari. Colpito al volto da un proiettile, ha subito diversi interventi chirurgici e una tracheostomia, portando con sé cicatrici che rendono ancora oggi difficoltose le attività quotidiane. La violenza ha colpito trasversalmente anche chi era in servizio: Riya, un'agente di polizia, ha raccontato di aver subito lesioni durante gli scontri a Kathmandu, portando con sé un profondo senso di paura e smarrimento che ha superato la guarigione fisica.

Sul fronte giudiziario, la strada verso l'accertamento delle responsabilità appare tortuosa. Una commissione d'inchiesta guidata da Gauri Bahadur Karki aveva inizialmente raccomandato l'incriminazione di figure di alto profilo, tra cui l'ex primo ministro K.P. Sharma Oli e l'ex ministro dell'Interno Ramesh Lekhak. Tuttavia, una successiva revisione nel luglio 2026 ha stabilito che le prove raccolte non fossero sufficienti per procedere penalmente, lasciando le famiglie delle vittime e i sopravvissuti in un limbo di incertezza politica.

A un anno di distanza, mentre il Paese cerca di voltare pagina, i protagonisti di quegli eventi vivono il ricordo con sentimenti contrastanti. C'è chi, come Liza, convive con il rimpianto per le conseguenze irreversibili della propria scelta di scendere in piazza, e chi, come Shantanu, guarda al futuro con determinazione, concentrandosi sugli studi universitari nonostante i segni indelebili sul volto. La questione della giustizia rimane, tuttavia, una ferita aperta nel dibattito pubblico nepalese.

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